"Cara moglie mia, ti supplico. E ti insulto". Firmato, il marchese De Sade

Ironiche e sferzanti, le lettere dell'autore di «Le 120 giornate di Sodoma» alla moglie vengono pubblicate in Francia da Flammarion

Suppliche continue ma anche insulti per la moglie; maledizioni ripetute all'indirizzo della madre, considerata fonte di tutti i suoi mali; richieste di commissioni dal tono capriccioso e stravagante, reclamando, a esempio, candele fatte con la cera di Spagna (che intendeva usare per le sue pratiche sessuali) oppure astucci o portasigari finemente lavorati in argento e oro, nelle migliori botteghe di Parigi. C'è anche questo nelle cinquanta lettere, alcune delle quali inedite, del Marchese De Sade alla moglie Renée-Pelagie, che appaiono per la prima volta riprodotte in un volume presentato dal bibliofilo e collezionista francese Pierre Leroy.
Il libro con i facsimili, accompagnati dalle trascrizioni in francese moderno, è pubblicato dall'editore parigino Flammarion con il titolo «Cinquante lettres du Marquis De Sade à sa femme» (pagg. 256, euro 50). L'edizione è annotata dagli studiosi Jean-Christophe Abramovici e Patrick Graille, con un commento di Cecile Guilbert, che ricostruisce il contesto della stesura delle missive. Le lettere autografe riprodotte nel volume furono indirizzate da Donatien-Alphonse-François de Sade (1740-1814) a Renée-Pelagie tra il 6 marzo 1777 e il 25 novembre 1799 e vennero scritte tra il castello di Vincennes e la prigione della Bastiglia.
Questa corrispondenza forma una sorta di flusso violento, mescolando l'inventiva, l'umorismo e la ferocia, la forza evocativa e la tenacia di un uomo che non si dava per domo neppure in carcere. Conosciuto come il «Divin Marchese», esponente dell'ala più estremista del libertinismo, all'origine del termine «sadismo», teorizzando preferenze sessuali trasgressive, le lettere alla moglie mostrano un lato meno noto dell'autore di «Le 120 giornate di Sodoma» e «Justine ovvero le disavventure della virtù», che passò oltre 30 anni in prigione e morì in manicomio.
Il Marchese De Sade si confidava con passione con la moglie Renée-Pelagie, pur sposata senza amore per costrizione del padre per sfruttarne la dote. Durante la prigionia, la moglie divenne per l'aristocratico campione del libertinaggio più sfrenato un sostegno essenziale - scrive Cecile Guilbert nel libro - anche per lenire le sue colleriche sofferenze interiori. Le lettere mostrano un uomo nudo, arrabbiato, febbricitante, rabbioso oltre ogni limite verso la sua famiglia di origine. L'unico rimedio che invocava per fermare la sua rabbia, con l'accento quasi della preghiera, era la lettura: «Libri libri libri, in nome di Dio».
RedCult