CARABBA «Così sparo a zero sulla Croce Rossa»

«Pessimi segnali» è un noir politicamente scorretto che racconta l’esperienza surreale di un obiettore di coscienza. Il protagonista non è l’autore, ma gli assomiglia molto...

Nell’ultimo romanzo di Enzo Fileno Carabba, Pessimi segnali (Marsilio), il giovane Angelo racconta la sua esperienza del servizio civile nella Croce Rossa, in un piccolo paese del Valdarno. A dirla così sembra una storia da nulla, ma l’apparenza inganna. La storia di Angelo parte dall’inizio, dall’arrivo. Dopo appena mezza pagina i «pessimi segnali» cominciano già a penetrare nell’anima del ragazzo, e il lettore si trova subito immerso in una realtà a dir poco non consueta: è la realtà di sempre, in effetti... ma osservata da un’angolazione diversa dall’usuale: solo di qualche «grado», quanto basta a trasformarla completamente. Quello che ci passa davanti agli occhi ogni giorno viene rivisitato da un occhio che non si accontenta dello sguardo «normale». E allora quella stessa quotidianità diventa uno scenario allucinante. La forza di questo romanzo sta proprio nel non dare nulla per scontato, nello scavare dietro le cose, nel guardarle più da vicino, da «troppo» vicino. Dietro all’immagine positiva della Croce Rossa, ad esempio, troviamo personaggi grotteschi e meschini, persone sole, umanità confuse. Ma ci sono molte altre storie che s’intrecciano. E in ogni pagina del romanzo serpeggia - involontario, mai dichiarato - un monito continuo: «non abituarti al tuo sguardo di sempre, perché nulla è ciò che sembra». Chi saprà leggere la realtà più a fondo, vedrà, come Angelo, i pessimi segnali di cui la vita è ricca. A fare da «sponda» all’obiettore di coscienza c’è un bambino che per colpa di un incidente non può più né parlare, né vedere, né sentire, e che dal buio della sua mente isolata manda segnali... e forse solo Angelo riesce a sentirli e a decifrarli. Un romanzo nuovo, originale ma non per forza, una narrativa mai vista prima: un ottimo segnale per la letteratura italiana.
Pessimi segnali è stato scritto di getto o è un romanzo meditato?
«Tutte e due le cose: di getto e meditato. Prima di tutto di getto, per il bisogno di fissare sulla carta episodi, luoghi, personaggi e di lasciarli correre nell’immaginazione. È l’unico libro che ho scritto di notte. Solo che questo libro scritto di getto se ne è stato fermo parecchio tempo: in Italia lo trovavano strano. Infatti è stato pubblicato da Gallimard prima di essere pubblicato da noi».
Ho l’impressione che questo romanzo sia una delle conseguenze di un cambiamento interiore di Enzo Carabba... mi sbaglio?
«No, è proprio così. Ho sentito il bisogno di partire da luoghi e episodi reali. Una cosa per me stranissima, inaudita, una proposta indecente, dato che in precedenza avevo scritto romanzi fantastici».
In questo libro mi ha impressionato e divertito la libertà e la precisione dell’io narrante nel seguire i propri percorsi mentali. Un registro narrativo rischioso, perché può diventare così soggettivo da non coinvolgere il lettore. Avevi pensato a questo pericolo?
«Sì ci ho pensato, ma solo dopo aver terminato la prima stesura. In generale, mi piace che da un testo emerga la voce di un uomo, con tutte le sue sfaccettature. Mi piace quando questa voce diventa vera, viva, balza fuori dalla pagina e ti entra nel cervello. Con Pessimi segnali, l’ambizione era quella di travasare un’anima sulla carta. Senza dubbio una cosa delicata e rischiosa».
Altro cardine è l’ironia, diversa da molte altre, quasi inglese, cattiva con chi se lo merita e anche con il destino, ma rispettosa del dolore altrui. È un atteggiamento che hai anche nella vita?
«Sì, è una parte di me. Infatti Angelo, il protagonista, per certi versi sono io. Eppure è un tipo con cui non andrei mai in vacanza. La sua ironia è troppo aggressiva, io sono immensamente più buono. Comunque Angelo è anche un tipo che si diverte, questo per me è molto importante. Penso che il lato oscuro e il lato luminoso debbano convivere. Avvengono fatti terribili, ci sono oscuri misteri, ma ci sono anche fatti bellissimi, luminosi misteri. Non puoi negare uno dei due aspetti senza mentire».
Quella che racconti, in modo impietoso, è una storia di meschini e meschinità, proprio là dove meno te li aspetteresti, alla Croce Rossa. È stato bello scrivere questo romanzo?
«Ah, bellissimo. Avevo letto da qualche parte questa definizione di noir: un testo in cui ognuno dà il peggio di sé. Non so se sia corretta, ma mi è piaciuta e ho cercato di realizzarla, perlomeno all’inizio. Angelo arriva in un paesino vicino a casa sua, a pochi chilometri, eppure gli sembra un luogo alieno, gli sembrano tutti dei mostri. In realtà non è così, lui non è migliore di loro. È solo che per lui quello è un mondo sconosciuto».
Come mai Pessimi segnali è uscito prima in Francia, presso la prestigiosa Gallimard, e solo dopo in Italia?
«In Italia all’inizio mi hanno detto: “Se fosse un primo libro lo pubblicheremmo subito, ma è troppo diverso dai precedenti”. Un’altra cosa che mi hanno detto è che non rientrava in un genere preciso. Inoltre pare che il finale non fosse abbastanza esplicativo. Con Gallimard non ci sono stati assolutamente problemi di questo genere, ho trovato una maggiore apertura, la stessa che poi ho trovato in Jacopo De Michelis della Marsilio».
Ci puoi dire qualcosa della tua esperienza di lavoro nelle carceri?
«Da alcuni anni tengo corsi di scrittura in carcere, nel reparto di “Alta Sorveglianza” di Sollicciano. Un mondo molto diverso rispetto a quello che viene descritto da televisione e cinema, dunque molto diverso da quello che la gente considera reale. Spesso là dentro mi è parso di notare una maggiore capacità di attenzione, di concentrazione. Prima di iniziare a tenere i corsi chiesi a un mio amico che già conosceva quel mondo: ma come sono quelli dentro? Lui non commentò la stupidità della mia domanda e rispose: come quelli fuori».
Mi piacerebbe incontrare di nuovo l’io narrante di Pessimi segnali alle prese con una nuova storia. Sarò accontentato?
«Sto scrivendo una storia in cui il protagonista è sempre Angelo, qualche anno dopo. La vicenda non si svolge nel Valdarno, ma poco lontano. Siamo sulle colline Toscane. Per me sono un luogo affascinante per molti motivi. A parte che effettivamente sono belle e a me piace girare a piedi, uno di questi motivi è che generalmente sono percepite e raccontate in modo falso e stereotipato. E poi conservano, all’insaputa dei più, zone selvagge piene di sorprese».