«Caravaggio? Rinviato per non bruciarlo»

«Non poteva andare in onda dopo Guerra e pace. Ora una fiction su una santa»

«Caravaggio andrà in onda a febbraio. Era eccessivo trasmetterlo subito dopo un’altra fiction in costume come Guerra e pace, soprattutto perché il protagonista è lo stesso, Alessio Boni». Ida Di Benedetto, attrice e proprietaria della casa di produzione Titania, ha lottato molto per garantire a Caravaggio la massima protezione. Le avventure del pittore geniale e maledetto, che erano in programma per la fine di novembre su Raiuno, secondo lei rischiavano di essere snobbate dai telespettatori. «Un prodotto di alto livello come Caravaggio non può essere disprezzato, il popolo italiano ha tanti difetti ma fesso non è, però andava comunque trovata una collocazione adeguata».
Le vite dei santi, invece, sono ancora un successo garantito. È per questo che sta realizzando una fiction su Giuseppina Bakhita, la suora sudanese beatificata da Wojtyla nel 1992?
«In realtà, la sua storia mi ha affascinato. A solo quattro anni fu sequestrata da mercanti arabi di schiavi. Per il trauma subito, dimenticò il proprio nome e i suoi rapitori la chiamarono Bakhita, “fortunata”. L’intreccio è potente. Lo reciteranno attori come Stefania Rocca e Enzo Salvi. Stiamo girando a Verona, e presto sbarcheremo in Africa».
Fare il produttore dà soddisfazioni ma comporta rischi. Di recente, è stata accusata di aver approfittato della sua amicizia con l’ex ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani per ottenere finanziamenti statali: si parla di sette milioni di euro per quattro pellicole.
«Non è vero. Durante il mandato di Urbani mi limitai a incassare i soldi che il precedente ministero, quello della Melandri, mi aveva assegnato per i film Rosa Funzeca e L’educazione fisica. Alla commissione di Urbani chiesi un solo finanziamento, per partecipare alla coproduzione internazionale di un’opera di Claude Chabrol. Mi assegnò 934mila euro, ma non li ritirai perché il progetto saltò. E in quei sette milioni è incluso anche il prestito che ho ottenuto per produrre il film di Carlo Lizzani, Hotel Meina, quando Urbani non era più in carica».
Comunque si tratta di una cifra considerevole. È vero che finora ne ha restituito solo il sei per cento?
«Gli incassi sono stati scarsi».
Cioè non sono piaciuti?
«Le sale hanno interrotto la programmazione di Rosa Funzeca proprio quando iniziava a incuriosire il pubblico. Ma il mercato estero è meno ostile, L’educazione fisica è stato comprato anche dagli americani. Lo Stato riavrà i soldi che mi ha dato».
E che cosa ne è stato di Hotel Meina, il film di Lizzani che rievoca il primo eccidio di ebrei in Italia, nel settembre 1943?
«Uscirà a gennaio, durante i Giorni della Memoria. Sono ottimista, a Venezia ha riscosso dodici minuti di applausi».
Lei nasce come attrice di teatro, perché ha deciso di fondare una casa di produzione?
«La “colpa” è di Un posto al sole. Ho recitato in quella soap per quasi due anni finendo col perdere la mia identità. Ero depressa, così lasciai il set e fondai la Titania per ritrovare la mia creatività».
Il palcoscenico l’ha abbandonato?
«No, quando posso porto in giro il monologo Pupa, tratto da un testo che Giuseppe Fava scrisse per me. Sono stata la sua compagna per sette anni, lui ne aveva venti più di me ma lo spirito di un ragazzo. Recito Pupa perché la sua voce rimanga viva».