Carburante artistico

Quando era uomo di governo, Gianni De Michelis parlò del patrimonio artistico italiano come fosse il nostro petrolio. Una metafora che aveva significato soltanto sul piano della potenzialità energetica e produttiva, dato che il petrolio è la ragione di ricchezza per luoghi che non hanno altro, come una volta era stato l’oro. Anche le opere d’arte sono oro, non solo per il loro valore assoluto, ma per quello che producono e che - sosteneva De Michelis - potrebbero maggiormente produrre. In questo senso l’accostamento fra il petrolio e le opere d’arte era una similitudine che rispondeva strettamente all’economia, il campo in cui De Michelis si è formato professionalmente.
In realtà, sarebbe civilmente e culturalmente arretrato ritenere che le opere d’arte esistano per produrre soprattutto ricchezza. Esistono per preservare nel tempo la memoria storica, il senso ideale e materiale di civiltà che contribuiscono a costruire la nostra identità culturale. Se poi un monumento storico, un artista o un fenomeno culturale possono avere una potenzialità economica che permetta, venendo collegati a strutture e a servizi, di garantire ricchezza, la cosa non può che essere considerata positiva. È il caso di Pompei, degli Uffizi, del Colosseo, monumenti che producono più denaro di quanto non costi mantenerli. Il nostro dovere verso il patrimonio storico, artistico e ambientale, però, non è di sfruttare quel bene fino a che esso non si esaurisca, come sta avvenendo con il petrolio, ma di conservarlo.
L’atteggiamento di chi immagina il nostro patrimonio come il petrolio è vecchio, consumistico e proto-capitalistico, fondamentalmente da rigettare. Da queste mentalità, diffuse da economisti che per deformazione professionale guardano alla realtà solo come a una potenziale fonte di denaro, sono derivate degenerazioni come quelle per le quali lo Stato ha ipotizzato seriamente di coprire il suo disavanzo economico vendendo le opere d’arte dei musei. Anche questo è un paradosso, perché non potendosi vendere le opere importanti, si venderebbero solo quelle che stanno nei magazzini museali. In gran parte, le opere nei magazzini provengono dallo stesso territorio dove esiste il museo; è lì che hanno un significato, un valore aggiunto che perderebbero se si spostassero a cinquemila chilometri di distanza, dove sarebbero una merce come un’altra.
È vero, d’altra parte, che i costi della conservazione del patrimonio sono talmente elevati da esigere per esso un certo livello di sfruttamento economico. Bisogna dunque trovare una soluzione per conciliare l’esigenza conservativa e quella economica; deve essere, però, una soluzione culturale e politica che non faccia prevalere in partenza una delle due esigenze sull’altra. Se la situazione dell’Italia è quella che è, lo dobbiamo anche al fatto che si pensa alla politica e alla cultura solo in termini di arida, talvolta incivile economia. È ora che gli economisti, poco pratici di politica e cultura, tornino a occuparsi delle loro cose.