Al Carcano «La badante» abbatte un grattacielo d’inganni contemporanei

«Ruba, è chiaro anche ai ciechi!...». Con questa invettiva contro la giovane Ludmilla, si apre la pièce «La Badante» in scena al Carcano fino a domani, premio Ubu 2008 come migliore novità italiana, diretta dal regista e drammaturgo Cesare Lievi. Il testo fa parte della «Trilogia dello straniero» (insieme con «Fotografia in una stanza» e «Il mio amico Baggio») ed è dedicata alle nuove figure di immigrati che, inserite nelle nostre realtà domestiche, possono trasformarsi in una preziosa chiave di lettura delle inquietudini della società italiana contemporanea, spunto di spietate riflessioni sull'impoverimento delle relazioni umane.
La commedia si svolge sotto forma di un giallo: in una famiglia benestante, all'anziana madre (ben interpretata da Ludovica Modugno) viene imposta la badante dell'Est dai figli che non hanno tempo da dedicarle, ma alla morte della signora la sua eredità sparisce misteriosamente.
Tutto si consuma nella sala da pranzo, circoscritta da pareti marmoree vuote, cimiteriali, con l’unico ornamento di piccolissimi portaritratti non decifrabili dalla platea. Proprio qui, durante la prima scena, l’anziana signora «criminalizza» con assoluta convinzione l’intrusa domestica.
In realtà tutto ciò che all'inizio sembra chiaro ed ovvio, grazie alla scelta drammaturgica dell'utilizzo di luoghi comuni e stereotipi, lascerà via via il posto al dubbio finale con cui i figli dovranno fare i conti per il resto della loro vita: che fine ha fatto la loro eredità «non vitale» ma data per scontata come forse troppe cose della loro vita? È stata la badante ucraina o un’estrema punizione della madre decisa a far sparire la «quota legittima» a loro dovuta?
Il Dubbio diventa così la vera eredità morale dei due fratelli che resteranno in bilico tra rancore e rimorso, «morti viventi» nel loro sterile cieco benessere.
La condizione di Ludmillla offre lo spunto all'analisi spietata e lucida con cui la madre descriverà nel finale i suoi figli, che rappresentano per il regista astrazioni di una condizione generale della società contemporanea: «Ho due figli ma è come se non li avessi - è l’amaro commento della protagonista -, tutti e due lontani dalla realtà, funamboli su un filo...». Un filo che sarà lei stessa a spezzare.
L'unica costruzione che la donna riconosce ai due figli è quella con cui li definisce «grattacieli di inganni», una caratteristica inquietante della nostra società che Lievi evidenzia attraverso il monologo della protagonista: la costruzione generale del grande inganno dell'onnipotenza e dell'immortalità che finisce per privare di senso e valori una vita fatta di «operazioni d'immagine, maquillage, travestimenti».