A Carcare le maestre hanno tentato di debellare il fastidioso parassita con i classici elettrodomestici che soffiano vapore a più di cento gradi I pidocchi se ne vanno in «vaporetto»

Ferruccio Repetti

Non ne hanno mai visti tanti come adesso, a Carcare, di quegli aggeggi che sbuffano vapore come fossero geyser. Prima, di solito, te li trovavi in casa senza neanche sapere come e perché, ma ti ricordavi solo che, una mattina «di quelle», aveva suonato il piazzista e te l’aveva piazzato lì, sotto il naso, con la solita scusa: «Guardi, lei, di questo vaporetto, non ne può fare a meno, specialmente a Natale. Oltre tutto non costa quasi niente, più un piccolo contributo spese. Si paga a rate, cinque euro a semestre, a partire da gennaio 2020». Trentasei anni di finanziamento, praticamente come un mutuo casa. Così i «vaporosi» finivano in soffitta, inutilizzati a vita. Dimenticati dappertutto, fuorché a Carcare, dove improvvisamente sono stati richiamati in servizio permanente effettivo per combattere la guerra contro la pediculosi. Che poi sarebbe come dire: l’invasione dei pidocchi che si annidano nelle capigliature, preferibilmente quelle dei ragazzi, e poi si diffondono a velocità pazzesca attaccando anche parrucche, toupé, postiche, abiti, poltrone, divani e moquette, persone pulite e persone meno pulite, par condicio assoluta e democratica. Pare che accada soprattutto, di questi tempi, nel Savonese: prima un attacco alle scuole elementari di Cairo Montenotte, come prova generale della vera e propria «campagna d’Italia»; da qualche giorno, invece, è partito l’assedio alle scuole elementari di Carcare. I danni sono seri, anche perché i pidocchi adottano la tattica più moderna e sofisticata: obiettivi sensibili, bombe intelligenti, azioni di commando, simulazione di ritirata che si trasforma in un secondo affondo, improvviso e spietato. Le docce non servono, lo shampoo si dimostra totalmente inoffensivo. E siccome anche grattatine varie, fiumi di alcol denaturato e rimedi della nonna - tipo: olio di mandorla, acqua della Haven, fanghi di Cogoleto, il tutto accompagnato da scongiuri napoletani - non hanno sortito l’effetto di togliere l’assedio, ecco che il preside della scuola, Elio Raviolo, ha provato a mettere in campo l’arma letale: il vaporetto.
Gagliarde massaie si sono messe d’impegno e hanno brandito gli sputa-soffioni a 100° dirigendo i getti contro le teste dei rispettivi figlioli. Dopo la prima linea, sono venute avanti le retroguardie, le bidelle, pardon: le operatrici scolastiche di secondo livello. Che hanno mostrato doti insospettate di mira e sprezzo del pericolo. Il vapore scorreva a fiumi, i pidocchi battevano in ritirata, abbandonando le capigliature momentaneamente occupate e risalendo in disordine e senza speranza le teste di cuoio che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. Vittoria? No, la battaglia poteva sì dirsi vinta, la guerra manco per sogno. I minuscoli rompiscatole hanno riorganizzato le file, e si sono ripresentati in massa. Dalle elementari di Cairo a quelle di Carcare, il grido che risuona adesso è uno solo, indomito e progressista: «Sono piccoli e neri. No pasaran!». Nel frattempo, i vaporetti sono finiti di nuovo in soffitta, colpevoli di non essere serviti a stanare e sloggiare gli invasori. Le mamme degli aggrediti minacciano: «Li tiriamo fuori di nuovo, questi bidoni, quando ripassano i piazzisti. Cento gradi basteranno, per stirarli come si deve!».