Carcere per chi svela conversazioni intercettate

Giro di vite contro le soffiate dei pubblici ufficiali e maggiore tutela dei non indagati

da Roma

L’appuntamento è fra i più attesi alla ripresa di un’attività politico-istituzionale che in questa strana estate 2005 sembra non essersi mai fermata. Intercettazioni, abusi e sanzioni: oggi è il giorno della verità. Il giorno in cui, dopo conciliaboli e tormentoni a mezzo stampa, vertici ristretti e mediazioni sul filo di lana, il Consiglio dei ministri affronterà a viso aperto lo spinoso tema delle conversazioni «spiate» e troppo spesso «notificate» a mezzo stampa.
L’indirizzo del disegno di legge che oggi approderà in Consiglio dei ministri assieme a una dettagliata relazione sul tema da parte del ministro della Giustizia Roberto Castelli è chiaro: parametri più rigorosi per le intercettazioni, tutela dei non indagati, limiti temporali più stretti e soprattutto pene più severe per pubblici ufficiali e giornalisti colpevoli di divulgare i testi delle conversazioni trascritte. Neanche a farlo apposta, l’intervento di Castelli e l’esame dei «provvedimenti conseguenti» seguono, nell’ordine del giorno del CdM, la relazione del ministro dell’Economia Domenico Siniscalco sulla riforma di Bankitalia, balzata in primo piano nell’agenda politica proprio a causa del tormentone estivo alimentato a suon di trascrizioni depositate in edicola prima che in cancelleria.
Due temi all’apparenza distanti anni luce hanno finito così con l’intrecciarsi. E appare ormai fuor di dubbio che il testo del disegno di legge sulle intercettazioni - voluto fortemente dal presidente del Consiglio - concluderà il suo iter a stretto giro. A costo di dover blindare la riforma chiedendo il voto di fiducia. «Tutto dipenderà dall’atteggiamento dell’opposizione - spiega al Giornale il sottosegretario alla Giustizia Luigi Vitali -, dalla quale ci aspettiamo collaborazione visto che il testo riprende spunti contenuti in diversi ddl di parlamentari del centrosinistra. Se ci sarà un comportamento costruttivo, il Parlamento ha già dimostrato di saper legiferare in tempi rapidi. Ma se dovessimo trovarci di fronte l’ostruzionismo, si potrebbe arrivare a chiedere il voto di fiducia».
Otto in tutto gli articoli del ddl messo a punto dai responsabili di Forza Italia per la giustizia, in prima fila Nicolò Ghedini e Giuseppe Gargani. L’innovazione di maggior rilievo riguarderà la necessità di «una più stringente motivazione» per spiare le conversazioni. «I provvedimenti - spiega Vitali - dovranno essere analiticamente argomentati», non più con semplici indizi di «reato» ma con indizi di «colpevolezza», nonché con l’esplicitazione di «specifiche e inderogabili esigenze». Per nessuna ragione la registrazione - vietata nei «luoghi privati» e non più solo nelle «dimore private» - dovrà partire prima dell’emissione del decreto, il quale comunque non potrà essere integrato o sostituito in corso d’opera. Più stringenti le garanzie per i non indagati: «La previsione - specifica il sottosegretario - è l’inutilizzabilità salvo in caso di reati relativi alla criminalità organizzata, al terrorismo, o ad altre fattispecie di particolare allarme sociale come l’omicidio o l’usura». Non si sentirà più parlare neanche di intercettazioni trascinate per anni: le proroghe quindicinali, già in vigore con l’attuale disciplina, non potranno superare i tre mesi, «fatta comunque eccezione per le prescrizioni dell’articolo 407, comma 2, del codice di procedura penale».
Il ventaglio dei reati per i quali è consentito «spiare» le conversazioni resterà invariato («come aveva chiesto An», commenta Maurizio Gasparri che giudica «valido e ragionevole» il ddl; «un fatto positivo» anche per Erminia Mazzoni, responsabile giustizia dell’Udc, che dice d’aver «saputo del ddl dai giornali perché non siamo stati consultati»). Ma le trascrizioni diventeranno inutilizzabili se in corso d’opera il giudice non dovesse considerare il reato per il quale si procede corrispondente con quello per il quale l’intercettazione era stata richiesta. Quanto alla divulgazione delle conversazioni spiate e coperte dal segreto istruttorio, i pubblici ufficiali, siano essi magistrati, collaboratori o ufficiali di polizia giudiziaria, dovranno pensarci due volte: la pena prevista sarà dai due ai sei anni di carcere. I giornalisti che le pubblicheranno, potranno cavarsela con la metà.