«In carcere come un criminale perché avevo colf filippini»

La figlia era già stata arrestata alla frontiera. I lavoratori erano in regola

da Milano
Trabocca d’indignazione: «Mi hanno tolto perfino le bretelle e gli occhiali da vista, mi hanno portato via il cellulare e mi hanno chiuso fino a tarda sera in cella di sicurezza. Come un volgare delinquente». L’avvocato Claudio Marino, legale double face, penalista e civilista, per di più giudice tributario con un passato da giudice di pace, insomma un professionista del diritto con i capelli bianchi e un curriculum lungo quanto i titoli dei film di Lina Wertmüller, non aveva mai visto nulla di simile: «Quando negli uffici della polizia di Mentone ho esibito il tesserino del foro di Milano sono stato immediatamente e brutalmente fermato perché sospettato di essere complice di mia figlia Marina». Marina Marino, a sua volta bloccata qualche ora prima insieme ai tre filippini che trasportava in macchina per andare a pulire a colpi di ramazza la casa di vacanze, sulla promenade di Nizza.
È stata un’esperienza allucinante e insensata - rincara la dose lui - come se la legge a un metro dal territorio italiano non esistesse più». Tutto comincia la mattina di sabato, quando Marina Marino passa in autostrada la frontiera, ormai virtuale, di Ventimiglia. A bordo, con la signora, tre filippini, regolarissimi, almeno per l’Italia dove risiedono da anni. La meta è la casa di Nizza dove sono stati eseguiti lavori di imbiancatura dei soffitti e di lamatura dei pavimenti. La squadra è pronta, ma al primo casello francese la polizia ferma tutti. Due filippini, marito e moglie, esibiscono la carta d’identità rilasciata dal Comune di Milano, il terzo un passaporto del suo Paese. Un attimo e l’assortito quartetto viene spedita in caserma e chiuso in cella. L’accusa è più o meno introduzione di clandestini sul suolo francese. La signora protesta, spiega di avere un appartamento a Nizza, mostra secchi e pennelli, non serve a nulla. Fra insulti e parolacce, viene portata a Mentone, in caserma; la fotografano e le prendono le impronte digitali. Riesce, fortunosamente, a chiamare il padre, prima che le sia tolto anche il telefonino.
Il papà parte subito. Alle 17 è a Mentone. Si qualifica, il tempo di mostrare il tesserino e la stessa ruvida procedura scatta anche per lui: le bretelle, gli occhiali, perfino le monetine contenute nelle tasche dei pantaloni finiscono in una cassetta di legno. «Sono stato sottoposto ad un lungo interrogatorio e schedato come sospetto. Infine mi è stato impedito perfino di contattare un difensore in Italia. Inaudito».
Non basta. «Dopo un po’ mi hanno tirato fuori e sono andato a Nizza dove ho potuto mostrare ai due occhiuti gendarmi che mi scortavano la mia casa». A quel punto qualcuno in caserma deve aver capito. «Alle 22, redatto l’ennesimo verbale, ci hanno liberati. Anzi, i tre filippini sono stati espulsi e consegnati alla polizia italiana che si è messa a ridere. In piena notte siamo rientrati a Milano». La storia finisce qui, la coda giudiziaria no. Sono in preparazione esposti e denunce a raffica: alla Procure di Milano e di Nizza, all’Ordine degli avvocati. E per una volta sarà la civilissima Francia a dover chiedere scusa all’Italia.