Il cardinal Federico, un uomo di caratteri

Un saggio di Marina Bonomelli, edito dall’Ambrosiana, rivela la passione e la raffinatezza editoriale dell’arcivescovo milanese

Daniele Carozzi

A rivelarci un aspetto inedito del cardinale Federico Borromeo (1564-1633), già strenuo difensore del Rito Ambrosiano e fondatore della omonima biblioteca, è la bibliografa Marina Bonomelli, con il recente saggio «Cartai, tipografi e incisori delle opere di Federico Borromeo» (Biblioteca Ambrosiana e Bulzoni Editore, 20 euro).
Nell'esplorare la cospicua identità letteraria ed editoriale del porporato, che riferendosi alla peste ebbe modo di scrivere «...io vidi tante mutazioni, tanti morti, tante rovine e tante eredità lasciate senza erede...», l'autrice non analizza tanto la qualità delle 69 opere da lui realizzate (ritenute peraltro non eccelse da molti critici), quanto la versatilità degli argomenti, la dovizia di particolari nella impostazione grafica e il fatto che il cardinal Federico avesse pubblicato in proprio quattro copie di ogni opera affidando la stampa al tipografo e segretario personale Gerolamo Alfieri.
Dei suoi scritti, che trattano di spiritualità, arte, educazione pastorale, pedagogia, morale, ascetica, scienze naturali e filologia oltre ai dettami per le costituzioni della Biblioteca Ambrosiana (1603) e dell'Accademia di belle arti (1620), 62 vennero pubblicati fra il 1616 e il 1630 e 7 dopo la sua morte.
Ma l'aspetto sorprendente è la continua e accurata ricerca di un prodotto editoriale sempre più raffinato; dalla carta, acquistata dal cartaio Giovanni Comino Cadaldini di Bergamo, di cui risaltano le iniziali nella filigrana, al formato rigorosamente in folio, all'armonia nelle proporzioni del testo, all'equilibrio nella distribuzione dei bianchi e dei neri, alla scelta dei caratteri, fino alla ricerca della perfezione nelle incisioni, nell'apparato ornamentale e nei capilettera, che egli classificò in floreali, naturalistici, parlanti (delle virtù morali) e simbolici.
Un simbolismo quest'ultimo, che non di rado si rifà alla antica tradizione egizia, poi ripresa nel XVIII secolo dalla Massoneria universale, dove compaiono squadre, compassi e triadi. Della «Stamperia di Sig.ria Ill.ma il Cardinale», venne poi affidata l'amministrazione alla bottega di Giorgio Rolla «in Camposanto», cioè nell'area dietro il Duomo, dove l'artigiano era attivo nella «Veneranda fabrica». La tipografia disponeva di due torchi, quattro serie di iniziali, lastre per i fregi e dodici serie complete di caratteri, dal corsivo all'armeno, all'ebraico.
Questa passione editoriale, il presule la visse in modo rigorosamente privato, non stampando mai più di quattro copie per ogni sua opera e non separandosi mai da esse. Probabilmente ciò era dovuto al fatto che egli riteneva l'opera, pur se pubblicata, mai finita né definitiva, come dimostrano le continue annotazioni, aggiunte, riflessioni personali, riportate a mano e a margine di foglio. Ma si trattava anche di una possessività quasi morbosa, come si evince da un suo scritto: «I libri sono i nostri parti: noi scrittori siamo i padri; il figliuolo non può giammai in tutto il tempo della sua vita stare meglio, che quando sta presso suo padre».