Il cardinal Sodano su Wojtyla: «Santo subito? Meglio aspettare»

Roma«Personalmente ritengo» che Papa Wojtyla «abbia vissuto santamente». L’unico «dubbio» riguarda non la sua santità, quanto piuttosto «l’opportunità di dare la precedenza a tale causa, scavalcando quelle già in corso» da anni per Pio XII e Paolo VI. È quanto scrive in una lettera riservata, indirizzata nel giugno 2008 alla postulazione della causa di beatificazione di Giovanni Paolo II, il cardinale Angelo Sodano, decano del collegio cardinalizio e per quindici anni Segretario di Stato di Papa Wojtyla.
La lettera di Sodano è arrivata quando ormai il lavoro di elaborazione della «Positio», i volumi con le testimonianze del processo, era in fase di conclusione. Fino a quel momento, il principale collaboratore di Giovanni Paolo II non aveva voluto testimoniare al processo di beatificazione, nonostante fosse stato invitato a farlo, sia all’inizio dell’inchiesta diocesana, sia successivamente. Sodano rimane fermo nel suo proposito, e dunque non sarà mai interrogato dai giudici del tribunale canonico che lavorano alla causa. Ma il 17 giugno di due anni fa invia una lettera, con la quale intende esprimere un suo «voto» sull’argomento. «Personalmente ritengo», scrive il cardinale, che il «Servo di Dio Giovanni Paolo II di venerata memoria abbia vissuto santamente, praticando le virtù teologali e le virtù cardinali che devono distinguere la vita di ogni cristiano, come di ogni ministro del Signore ed in grado sommo di ogni Pontefice».
«Questa – aggiunge Sodano – è la convinzione che mi sono formato in base ai quindici anni in cui sono stato collaboratore del compianto Papa Giovanni Paolo II come suo Segretario di Stato». Dunque il porporato astigiano appoggia decisamente la causa e non mostra, nella missiva, di aver alcun dubbio sulla santità del Pontefice polacco. Subito dopo, però, avanza una riserva, che prudentemente non fa sua del tutto, ma che sembra comunque comprendere, dato che la vuole fissare nero su bianco nell’unica sua attestazione presente tra le carte del processo: «L’unico dubbio che alcuni oggi esprimono riguarda l’opportunità di dare la precedenza a tale causa, scavalcando quelle già in corso dei Servi di Dio Pio XII e Paolo VI». Sodano cita dunque due processi ancora in corso nel momento in cui scrive la lettera: il primo, quello su Papa Pacelli, si è poi di fatto concluso il 19 dicembre 2009, quando Benedetto XVI ha firmato il decreto che sancisce le virtù eroiche di Pio XII, nello stesso giorno in cui promulgava anche il decreto riguardante Wojtyla. Non cita, invece, il porporato, il processo di beatificazione di Giovanni Paolo I, anch’esso aperto.
L’obiezione di Sodano, nella lettera indirizzata al postulatore della causa, monsignor Slawomir Oder, viene subito così risolta da lui stesso: «Riconosco però che si tratta di un problema che esula dalle sue (del postulatore, ndr) responsabilità. Ho voluto però segnalarlo, per inquadrare tale causa di beatificazione e canonizzazione nella realtà del pontificato romano dell’ultimo secolo». Non si tratta dunque di una riserva nel merito della causa, quanto piuttosto s’inquadra in una riflessione più ampia riguardante l’opportunità di celebrare così tanti processi di beatificazione di pontefici.
La lettera del cardinale si conclude con queste parole: «Non ci resta, caro monsignore, che ringraziare il Signore per aver suscitato nella Santa Chiesa di questi ultimi tempi figure così eccezionali di successori di Pietro, che hanno brillato di fronte al mondo per la loro santità di vita, imitando Cristo Buon Pastore».
Perché il cardinale Angelo Sodano, che conosceva Karol Wojtyla prima ancora che questi diventasse Papa ed è stato al suo fianco per molti anni come suo principale collaboratore in Segreteria di Stato, non ha voluto dare la sua testimonianza al processo? Un atteggiamento analogo ha tenuto anche l’attuale cardinale Prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, Leonardo Sandri, Sostituto della Segreteria di Stato – e dunque in stretto rapporto con il Pontefice – per cinque anni, dal 2000 al 2005. Anche Sandri avrebbe preferito non testimoniare limitandosi a spedire una breve lettera alla postulazione, in sostegno della causa.
Le motivazioni di queste decisioni non vanno cercate in possibili perplessità sulla santità personale di Papa Wojtyla: nessuno ha infatti mai sollevato dubbi in questo senso, prima e durante il processo. La decisione comune di Sodano e Sandri può essere invece spiegata con il motivo presentato nella lettera del cardinale – l’opportunità di attendere qualche anno prima di iniziare la causa – e va soprattutto inquadrata nella complessità dei rapporti all’interno dello stretto entourage papale, in particolare negli ultimi anni di pontificato, quando a motivo delle condizioni sempre più precarie del Pontefice, il ruolo del suo segretario, monsignor Stanislaw Dziwisz, era comprensibilmente molto cresciuto.