Il cardinale che vide il vero volto della sinistra

Vassallo: «Detestato dai falsi intellettuali, sempre aggiornato sul dibattito filosofico»

Alessandro Massobrio

20 maggio 1906: all'ombra dei palazzi fin de siecle di via Assarotti e tra le penombre di piazza Marsala, vede la luce Giuseppe Siri. Uno dei più grandi arcivescovi genovesi del Novecento (solo Minoretti può forse reggerne il confronto). Un arcivescovo grande ma, soprattutto, lungimirante, la cui grandezza e lungimiranza crescono con il passare del tempo e lo svilupparsi degli eventi.
In questo primo anniversario della nascita, siamo andati alla ricerca di testimoni capaci di superare il doto aneddotico. Di affondare la lama dell'analisi al di là della semplice rievocazione, per giungere al cuore di un insegnamento che non si è certo concluso con la conclusione dell'arco temporale di una vita. E i primi in cui ci siamo imbattuti sono due guardie - una bianca e l'altra rossa - che a lungo, quando le ideologie del Novecento soffiavano violente anche sulla nostra città, hanno incrociato le armi affilate della dialettica.
Gli anni sono passati, le ideologie - come sostengono i politologi alla moda - sono tramontate, ma le guardie sono ancora là, nel piccolo locale adiacente alla funicolare di S.Anna. Si chiamano Piero Vassallo e Peppino Orlando, stanno prendendo un caffé sotto il primo sole di primavera. Un sole che abbacina lo sguardo più che scaldare cuori, che molte altre primavere hanno conosciuto nel corso di una lunga vita. Fatta magari di scontri e battaglie, combattute sempre comunque nel leale riconoscimento del valore dell'avversario.
Ecco, come è stato il primo incontro con Siri? Quale insegnamento del grande cardinale si è impresso, a caratteri indelebili, nella vostra memoria?
«Era l'estate del '66 - incomincia Vassallo - era appena terminato il Concilio. Si sentiva l'urgenza di risistemare la teologia. Il cardinale Siri volle fare una rivista teologica, ma io con altri collaboratori insistemmo perché la rivista, oltre alla teologia, si occupasse di cultura. Affrontasse cioè quei fenomeni involutivi, che lo stesso cardinale aveva segnalato nelle lettere pastorali degli anni '50. Nacque così Renovatio».
Quali furono i primi obiettivi della rivista?
«Essenzialmente quello di ricostruire il profilo della nuova filosofia, quella filosofia che, a partite dai lavori di Benjamin, Horkheimer, Block, Adorno, Taubes, aveva soppiantato la linea illuministico-marxista di Lukàcs. Ci trovavamo, in altri termini, davanti ad un pensiero neognostico che rifiutava l'idea di Dio come padre per sostituirla con quella di un Dio come supremo nulla. Un assoluto nichilismo, tipico comunque della filosofia post - moderna, grazie al quale l'uomo sarebbe potuto sfuggire all'“incantesimo nero” della creazione».
Voi dunque aveste per primi la percezione che il pensiero della sinistra si stava trasformando?
«Certamente. Grazie alle indicazioni del cardinale Siri, noi avevano intuito questa metamorfosi sconvolgente e l'abbiano denunciata. Naturalmente, nessuno ha dato seguito a questa nostra intuizione. Nel bene come nel male. Ricordo che proprio in quegli anni iniziava la sua attività la potentissima casa editrice Adelphi, che poi ha sviluppato quelle linee sino alle estreme conseguenze, specializzandosi nella pubblicazione di tutti quei pensatori che venivano apprezzati proprio per il loro essere “dopo Marx”. Non tanto in senso cronologico quanto piuttosto perché erano considerati coloro che avevano ribaltato la prospettiva marxista tradizionale. Imponendo una nuova filosofia, quella della dissoluzione. Mi riferisco ad autori come Nietzsche, Heidegger. Gli unici a cogliere il nostro messaggio - il mio e quello di Gianni Baget Bozzo - furono solo Del Noce e Sciacca. Gli altri non furono neppure sfiorati dalle nostre considerazioni. L'idea predominante era che il marxismo fosse ancora vivo e vegeto. Nessuno si era accorto della svolta epocale che i Minima Moralia di Adorno avevano impresso alla filosofia del Novecento. La cultura cattolica ufficiale di quegli anni continuava a vivere nel passato. Noi eravamo nel futuro, ma totalmente isolati».
A quanto pare, invece, nonostante le accuse di arretratezza, il cardinale Siri si teneva costantemente aggiornato circa gli ultimi esiti del dibattito filosofico?
«Senza dubbio. So che leggeva molto e dialogava intensamente con i suoi confratelli dell'episcopato. Soprattutto con quelli dell'episcopato americano e latino - americano. Intellettuale straordinario, prontissimo a cogliere i messaggi che gli provenivano dalle avanguardie, è stato il primo a sostenere ed a concedere spazio a Cornelio Fabbro, questo grande restauratore del tomismo novecentesco. Ciononostante ha sempre conservato una semplicità francescana. Nella Genova del tempo, quella dei salotti buoni della sinistra cattocomunista, che si riferiva sprezzantemente a lui come al «figlio della portinaia», Siri ha continuato a rimanere il prete che parlava in genovese ed era amato dalla gente semplice e dai poveri. Mentre era detestato dai falsi intellettuali e da certa stupida alta borghesia cittadina, che ha lavorato, attraverso il suo quotidiano - Il Secolo XIX di Piero Ottone - a demolirne la figura morale. Mi ricordo quando il cardinale, per difendere il diritto delle classi più povere ad avere un minimo vitale, osò citare quel passo biblico dove si afferma che homo sine pecunia imago mortis est. Affermazione persino ovvia, mi sembra, visto che davvero coloro che non posseggono mezzi di sostentamento sono l'immagine stessa della morte. Ebbene, Ottone fece uscire il Secolo con un titolo del tipo: il cardinale calunnia Cristo stesso nella sua povertà. Il che la dice lunga circa il grado di stupidità raggiunto dalla cultura ufficiale genovese del tempo».
Passiamo dall'altra parte della barricata, da quel Peppino Orlando che al tempo di Siri fu su posizione di contestazione, sulle quali comunque ha avuto oggi modo di meditare e riflettere. E magari addirittura ricredersi.
«Il mio incontro con il cardinale Siri è avvenuto presso la Cittadella, la Pro Civitate di Assisi, dove ho studiato teologia per tre anni e mezzo, dal '58 al '61. Due corsi di esercizi spirituali furono dettati ai volontari dal cardinale. In questa piccola cappella dove lo incontravamo, Siri si rivelava per quello che davvero era: l'uomo di fede, il teologo, l'uomo di cultura, che cercava di far comprendere che cosa fosse una autentica formazione spirituale. Fui molto colpito da questi incontri, al punto che chiesi un colloquio con lui. La prima domanda che gli rivolsi, mi ricordo ancora, fu proprio questa. “Eminenza, gli dissi, qual è la cosa fondamentale che deve possedere chi intende fare cultura cristiana?”. Mi immaginavo che tirasse fuori, ad esempio, la Bibbia. E invece, mi rispose: l'ontologia. La logica e l'ontologia. Senza di quelle non si può assolutamente accedere alla Bibbia, che è il discorso del Logos. “Ricordati, Orlando - mi ricordo ancora le parole con cui concluse il suo discorso - che dove non c'è logica, non può attecchire la grazia”. Non a caso, la filosofia moderna, con Kant, Hegel e Marx, ha proprio attaccato la logica e l'ontologia, anzi, prima l'ontologia e poi la logica».
Ancora oggi sei convinto della validità di questo insegnamento?
«Assolutamente sì. Io sono rimasto fedele a questo discorso. Per me filosofia, spiritualità e teologia devono stare sempre insieme. Anzi, nonostante il marasma in cui ad un certo punto mi sono immerso, vale a dire la partecipazione al dissenso cattolico, questa è stata la scialuppa di salvataggio che me ne ha portato fuori».
In altri termini, che cosa aveva colto Siri nel mondo della sinistra?
«Senza dubbio, l'illogicità e la mancanza di senso dell'essere e quindi della realtà. Quel senso della realtà che, invece, possedevano il cardinale e, insieme con lui, il presidente della Confindustria del tempo. Quell'Angelo Costa della cui famiglia ero entrato a far parte con il mio matrimonio. Economia, certo, ma accanto all'economia i dieci comandamenti. Anzi, spesso mi chiedevo perché mai Siri insistesse tanto sull'ottavo. Non dire falsa testimonianza».
Te ne sei poi data una spiegazione?
«Certamente. Il cardinale voleva sottolineare il valore assoluto della verità. Un altro di quei valori che ha costituito una sorta di filo rosso nel corso della mia vita. E di questo se ne era accorto anche il mio vecchio maestro di Assisi, che, sempre, nonostante la mia posizione di decisa contestazione di quegli anni, aveva dato ordine che fossi ricevuto in arcivescovado. Mi ricordo il malumore di tanti preti e monsignori in attesa di un colloquio, a cui io passavo davanti. E mi ricordo anche i “mugugni” più ricorrenti, come quello, ad esempio, secondo cui Sua Eminenza riceveva sempre i nemici e mai i fedeli servitori della Chiesa. Ma tant'è. Per me c'era sempre libero il passaggio».
E di che cosa parlavate in quegli incontri?
«Della Chiesa, di Oregina, della contestazione. L'amicizia con Siri mi forniva, in altri termini, quei contro-veleni che, a lungo andare, mi avrebbero permesso di uscire dalla sinistra stessa. Solo che - e Siri questo lo aveva compreso benissimo - alla Chiesa di quel tempo e purtroppo anche a quella di oggi manca il papa. Il papa che non è soltanto il vescovo di Roma, ma colui che detiene l'autorità di governo e di insegnamento e che conferma nella fede i suoi confratelli. Il Concilio e Paolo VI, invece, rifiutando il triregno, avevano in qualche modo privato il pontefice del potere di giurisdizione. Insomma, si è passati dal principio monarchico di Pietro a questa collegialità, che si basa soltanto sull'opinione».
Siri dunque aveva percepito il pericolo di una perdita del potere autoritativo infallibile da parte del pontefice?
«Senza dubbio, ma si rese conto di non poter andare avanti perché in questa materia non era compreso neppure dai tradizionalisti. Sembrava che tutta la polemica riguardasse la messa in latino mentre l'autentico problema era legato all'ottavo comandamento. La verità. Ancora una volta, il cardinale aveva visto giusto e, soprattutto, aveva visto lontano. Aveva cioè compreso che nella logica della sinistra non c'è l'essere, non c'è il senso della realtà, ma l'ideologia, il cogito cartesiano, inteso in senso assolutamente soggettivo».