Il cardinale: «Embrioni in adozione ai single»

Il porporato possibilista sulla fecondazione eterologa. «Chi abortisce va rispettato»

Andrea Tornielli

da Milano

Un’apertura ai vari usi possibili dell’ovocita nei primissimi giorni dopo la fecondazione, un’apertura all’uso del profilattico come «male minore» nel caso di rischio Aids, un’apertura alla fecondazione eterologa e all’adozione dei bambini anche da parte dei single, una forma di comprensione umana, pur senza alcuna approvazione, per chi pratica l’eutanasia e per chi seguendo la «sua coscienza» decide di abortire.
È destinato a far discutere il lungo dialogo che il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, ha avuto con il bioeticista cattolico Ignazio Marino, neo-parlamentare diessino. Un testo pubblicato dall’Espresso nel numero oggi in edicola. Su condom e Aids, la posizione del porporato è piuttosto classica: «Certamente l’uso del profilattico può costituire in certe situazioni un male minore - dice Martini -. C’è poi la situazione particolare di sposi, uno dei quali è affetto da Aids. Costui è obbligato a proteggere l’altro partner e questi pure deve potersi proteggere». Molti altri teologi moralisti ed ecclesiastici si sono espressi in questi termini e dunque nelle parole del cardinale non ci sono particolari novità.
La novità più eclatante, invece, è quella sull’ovocita. Martini si dice favorevole all’uso dell’«ovocita allo stadio dei due pronuclei» perché «in esso non appare ancora alcun segno di vita umana singolarmente definibile». Che cosa significa? In pratica, per il porporato, è possibile usare per vari scopi l’ovocita nel quale è già entrato lo spermatozoo ma prima che questo abbia configurato il nuovo Dna dell’individuo: si tratta di un intervallo temporalmente molto breve. Questa posizione rappresenta di fatto una novità perché introduce una distinzione che fino ad oggi non è stata presente nei documenti del magistero, che hanno sempre utilizzato l’espressione «dal concepimento...».
Un altro elemento di novità nelle parole di Martini sull’Espresso è rappresentato dalla posizione possibilista in merito alla fecondazione eterologa, «con seme o ovocita di individuo esterno alla coppia». Inoltre, il cardinale si dice favorevole all’«inserzione nel seno di una donna anche single di embrioni altrimenti destinati a perire», e apre pure alla possibilità di dare bambini in adozione «anche ai single».
Sull’eutanasia, Martini dice che essa non si può mai approvare ma aggiunge: «Non vorrei condannare le persone che compiono un simile gesto su richiesta di una persona ridotta agli estremi e per puro sentimento di altruismo». Dunque, accanto alla condanna teorica, un’umana comprensione. Per quanto riguarda invece l’aborto, l’arcivescovo emerito di Milano difende in sostanza l’attuale legislazione, affermando che essa aiuta a ridurre gli aborti clandestini. Ribadisce la sua disapprovazione per l’interruzione volontaria della gravidanza, ma spiega: «Ritengo che vada rispettata ogni persona che, magari dopo molta riflessione e sofferenza, in questi casi estremi segue la sua coscienza, anche se si decide per qualcosa che io non mi sento di approvare». Cioè se si decide per l’aborto. Il dialogo tra Martini e Marino è articolato e complesso, non si presta a sintesi inappropriate. Eppure colpiscono queste parole del cardinale: «La prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto. Sopra di esso sta quello della dignità umana». L’arcivescovo emerito di Milano, che oggi vive tra Roma e Gerusalemme, afferma poi che queste questioni etiche che riguardano la vita, il concepimento, l’embrione, l’eutanasia sono «zone di frontiera o zone grigie dove non è subito evidente dove sia il vero bene». Da questo Martini deduce che «è buona regola astenersi anzitutto dal giudicare frettolosamente e poi discutere con serenità, così da non creare inutili divisioni». Quanto agli interventi della Chiesa su questi argomenti, il cardinale conclude: «Non serviranno tanto i divieti e i no, soprattutto se prematuri, anche se bisognerà qualche volta saperli dire».