La Carfagna: "La Campania va liberata dai disastri della sinistra"

Il ministro contro Vincenzo De Luca, candidato del Pd alle regionali:
"Dice di votare chi è contro la camorra? Con noi 660 arresti all’anno"

Roma «Sarà il partito a decidere il mio futuro». Mara Carfagna prende tempo. Non esclude a priori di dimettersi da ministro, in caso di elezione in Consiglio regionale. E, nell’attesa, punta tutto sul presente, per «incidere sul cambio di passo» che merita la sua Campania, terra da lei rappresenta nella squadra di governo, che «va liberata dai disastri compiuti dal centrosinistra negli ultimi quindici anni». La titolare alle Pari opportunità, capolista Pdl per la consultazione di fine marzo, non si pone quindi il dilemma se trasferirsi o meno a Napoli. Convinta com’è che sotto il Vesuvio giocherebbe «un ruolo ugualmente importante e significativo». Intanto, però, sbotta quando le si nomina Antonio Di Pietro: «È un ciarlatano, un irresponsabile, un male per la nostra democrazia».
Affermazioni pesanti.
«Non sa fare altro che urlare ed insultare il capo dello Stato e il presidente del Consiglio. E poi, parla di decalogo di legalità per scegliere i candidati ma appoggia chi è imputato per associazione a delinquere».
Eppure, proprio Vincenzo De Luca, esponente del Pd che contende a Stefano Caldoro la corsa a governatore, si appella agli elettori per non «consegnare la Campania ai Casalesi».
«Sono indignata, perché il nostro governo la camorra l’ha contrastata e la contrasta ogni giorno, come mai nessuno ha fatto prima. E se metto sul piatto i numeri (660 arresti in meno di un anno, tra cui 19 latitanti, con 360 milioni di euro di beni confiscati), penso che la sua richiesta in realtà non può che favorire noi».
Come vive la competizione interna con Alessandra Mussolini?
«Figuriamoci, non esiste. E onestamente non penso di poter entrare in competizione con chi è stata eletta cinque volte deputata, con i consensi ottenuti a Napoli, e ha sfidato in prima persona Antonio Bassolino. Magari prendessi la metà dei suoi voti...».
Ma sarebbero «calati dall’alto», come ironizza, si fa per dire, la Mussolini?
«Quelli non so cosa siano. Conosco solo i voti che si prendono attraverso una campagna elettorale porta a porta».
Alleanza con l’Udc. Sicura o ancora traballante?
«Sono molto ottimista. Governiamo insieme già tre Province e sarebbe irragionevole dividerci proprio adesso».
Non gradisce le preferenze di genere così come mal digerisce le quote rosa?
«In linea generale è così. Non sono d’accordo con le imposizioni, perché si rischia di favorire uno scontro tra generi. E reputo pure offensivo derubricare la rappresentanza femminile in quote rosa. Sono favorevole però a meccanismi temporanei che ne facilitino l’ingresso, anche se il problema di fondo è un altro».
Quale sarebbe?
«Se si puntasse davvero sul merito, le donne in politica sarebbero il doppio, il triplo di quelle in campo oggi. Ma bisogna che incidano davvero, senza apparire semplici portatrici d’acqua. Non basta riempire le liste se poi non si crea una vera classe dirigente al femminile, a livello territoriale, ma pure ai vertici dei partiti».
Discorso a parte merita il mercato del lavoro.
«Già, il capitolo occupazione è il nostro tallone d’Achille. Scontiamo un ritardo storico, soprattutto al Sud. Ecco perché insisto pure sul rifinanziamento della legge 215, per dare sostegno all’imprenditoria femminile nel Mezzogiorno, attraverso prestiti agevolati ma non a fondo perduto, vincolati alla creazione di nuovi posti di lavoro».
È un appello garbato al ministro Tremonti?
«Assolutamente sì».
Incentivi: quanti ne servirebbero per sostenere la maternità?
«Parecchi, anche perché sono d’accordo con Giorgia Meloni: in Italia è più salvaguardato il diritto ad abortire, piuttosto che quello alla nascita. Bisogna invertire la tendenza con un nuovo approccio culturale: non è più possibile considerare un atto d’eroismo mettere al mondo un bambino. Compatibilmente con i conti pubblici, stiamo portando avanti sinergie ministeriali e, per quanto mi riguarda, ho impegnato più della metà del budget del ministero che guido, 40 milioni di euro, per finanziare misure di sostegno alle donne che lavorano. Ma al di là di tutte le legittime difficoltà, la questione vita è sacrosanta. Ed è sbagliato considerare l’aborto come metodo concenzionale post-rapporto: non si può sminuire così il significato del concepimento».
In ogni caso, ad essere tagliati fuori sono i papà.
«Dal punto di vista legislativo, credo siano impossibili modifiche, anche se penso sia necessario un approccio culturale profondamente diverso. Il futuro padre, infatti, andrebbe investito da subito di un ruolo più decisivo nella crescita del bambino. Certo, bisogna pure far sì che, in casi come quello che avete raccontato sul Giornale, ci sia la possibilità – come c’è – di far vivere un bambino e di affidarlo poi al padre. Noi siamo convinti che la vita venga prima di tutto e ci muoviamo in questa direzione».
A cosa si riferisce?
«Stiamo lavorando a rendere obbligatorio il congedo parentale, per almeno dieci giorni, dopo la nascita di un figlio, così come accade in molti Paesi Ue. In caso di separazione dei coniugi, poi, è ancora poco adottata la formula dell’affido condiviso, sulla quale i giudici dovrebbero credere di più. E dirò di più».
Faccia pure.
«In Italia si sta verificando una nuova piccola emergenza e riguarda i padri separati che spesso si ritrovano sotto la soglia di povertà. Ritengo vadano aiutati e guardo con attenzione agli interventi che molti Comuni, Roma compresa, stanno adottando per agevolarli. Ad esempio, calmierando l’affitto di chi si trova a sostenere improvvise e notevoli spese di mantenimento di prole ed ex moglie».