Cari commercianti, giù i prezzi

Cari, anzi carissimi commercianti: e se cominciaste ad abbassare i prezzi? Non è una provocazione. So benissimo che oggi sarò tempestato di telefonate di protesta, mail di precisazione, statistiche che spiegheranno (spiegano sempre tutto, le statistiche, Trilussa docet) come e qualmente la vostra categoria sia sull’orlo del lastrico e già oggi praticamente i margini di profitto siano azzerati. Non dubito che per qualcuno di voi le cose possano davvero stare così. E che altri, pur non avendo il problema di mettere insieme il pranzo con la cena, non navighino nell’oro. Se c’è un giornale che ha illustrato le vostre difficoltà, stretti fra tasse vessatorie e problemi di sicurezza, e che vi ha sempre difeso, questo è senza dubbio il nostro. Tuttavia, lasciatemi ripetere proprio da un pulpito storicamente non certo ostile al popolo delle partite Iva: abbassate i prezzi, vi conviene.
Da mesi andate predicando che i consumi calano e che se non riprenderanno il Paese non ripartirà. Nel frattempo ieri l’inflazione ha segnato l’ennesimo record, roba che ormai neanche alle Olimpiadi. Ma a porre rimedio a questa situazione siano chiamati tutti, anche voi. E soprattutto quelli tra voi che un po’ ci marciano. È normale, a vostro parere, che a Milano un’omelette, una minerale e un caffè vengano fatti pagare 20 euro? Che una pallina (una!) di gelato in un po’ di caffè costi sette euro? Si chiama «affogato», d’accordo, ma qui resta sott’acqua solo il portafogli. Vi siete mai chiesti perché se un supermercato pratica sconti nell’ultima settimana del mese ha la fila davanti a quelle casse che per gli altri 23 giorni sono semivuote? E il flop dei saldi dei capi di abbigliamento? Non vi sfiora il dubbio che, per quanto si ribassi, se la base di partenza era vertiginosa per molti la vetta resti inaccessibile?
Quest’anno si stima che il nostro Paese avrà, tra italiani e stranieri, cinque milioni di visitatori in meno: l’equivalente turistico del crollo del 1929 per i mercati azionari, hanno scritto. Colpa del caro petrolio, colpa dell’inflazione, colpa della crisi, colpa della Cina, colpa di Bush. Colpa, ovvio, dello Stato che non ha saputo «vendere» come si deve il prodotto Italia. Ma se sdraiarmi un giorno sotto un ombrellone mi costa più che comprarmene uno, il fatto non incide? Nessun pauperismo, per carità: se decido di cenare nel rinomato ristorante in posizione strategica sul golfo di Sorrento so benissimo a che cosa vado incontro. Però quando la prima sera delle mie due settimane di ferie vado con moglie e due figli in una normalissima trattoria, ordino quattro secondi piatti, una birra, un litro di minerale e due caffè e mi ritrovo a pagare 135 euro, se permettete, oltre a sentirmi spennato mi sento preso in giro. Risultato: non solo non metto più piede in quel locale, ma nel dubbio la sera dopo mi faccio due spaghetti a casa. E magari anche la sera dopo ancora. Fate due conti, voi che siete senz’altro più bravi di me: siete sicuri di averci guadagnato?
È un momento difficile per tutti. Ma proprio per questo è impensabile tenere gli stessi margini di profitto di quando le cose vanno bene. E la politica di far pagare al cliente di passo anche la quota del cliente mancato, a lungo andare non sembra la più intelligente.
Leggo che l’industria turistica in Francia e Spagna (tanto per citare posti vicini ma che non hanno la metà delle nostre bellezze artistiche e naturali) viaggia a pieno vapore e ogni anno attrae sempre più visitatori. In gran parte sottratti al Belpaese. Voi, carissimi commercianti, non ne avrete alcuna responsabilità, senza dubbio. Però a me torna in mente quel piccolo operatore turistico austriaco che ho conosciuto a Vienna l’estate scorsa. Uno che organizza tour in pullman per l’Europa. Persona colta e squisita, sinceramente innamorata dell’Italia. «Fino a qualche anno fa», mi raccontava mentre pranzavamo in un ristorantino del centro, «eravate la mia meta preferita. E da voi mi sono sempre trovato benissimo. Ora, con la morte nel cuore, vi ho cancellato. Le lamentele dei miei clienti cominciavano appena dopo il confine, quando risalivano a bordo dopo la sosta all’autogrill per un panino, una bibita, un caffè: si sentivano truffati. Mi spiace, ma lì siete diventati tutti matti». Ho chiesto il conto, ho sbirciato la ricevuta, l’ho guardata un’altra volta per essere sicuro di non aver letto male, poi ho allargato le braccia: «Mi sa che ha ragione...».
Massimo de’ Manzoni