Cari compagni, dimettersi è un’arte

Il presidente del Lazio non è l’unico nel Pd che annuncia di lasciare
ma rimane al suo posto. Il neocentrista Rutelli lo imita: non ha più i
requisiti per guidare la commissione sui servizi segreti ma resta
attaccato alla poltrona

È rassicurante che, pensando a chi ha avuto l’orgoglio di dimettersi, il Giornale chieda a me una testimonianza sulle tante e tortuose circostanze che mi hanno visto in quelle condizioni. Invero, più dimissionato che dimissionario, ma con una così clamorosa intransigenza d’aver generato una percezione rovesciata. I casi della cronaca sono, infatti, diversi perché determinati da emergenze in cui le dimissioni non sono state un’affermazione di forti personalità o conseguenza di insanabili contrasti. Al contrario sono state causate da incompatibilità, vergogna o interventi della magistratura. Quando bufere giudiziarie hanno costretto, in una ininterrotta mattanza ministri, presidenti di Regione, sindaci a dimettersi non sembrava possibile l’alternativa di resistere: così è stato per Martelli ministro della Giustizia, così in tempi più recenti per Ottaviano Del Turco, presidente della Regione Abruzzo. Ma in alcuni casi si sono presentate anomalie. Tra le più sorprendenti quella di Luciano D’Alfonso, sindaco di Pescara. Che, per consentire alla sua amministrazione di rimanere in carica, minacciato dalla magistratura che l’aveva arrestato per impedirgli di inquinare le prove nella sua funzione, una volta liberato invece di restare, affermando le ragioni della propria innocenza, o di andarsene, dimettendosi, scelse la formula ibrida dell’autosospensione con certificato medico. Una scelta ambigua e grottesca che fece cadere le braccia anche ai pochi che, come me, lo avevano difeso.

In un primo tempo anche Marrazzo sembrava voler seguire l’esempio del sindaco di Pescara e meditò un’autosospensione con certificato medico per affidare la Regione al vicepresidente, traghettando l’amministrazione alla scadenza naturale delle prossime elezioni, una scelta non priva di logica, ma inaccettabile sul piano politico. Infatti il precipitare degli eventi, sia sul piano etico sia sul piano dell’opportunità politica, l’ha portato alle dimissioni. Si scopre ora però che non ci si può dimettere fino in fondo, perché Marrazzo, rinunciando alla funzione di presidente della Regione, non ha perduto però quella di consigliere regionale, con la conseguente retribuzione di 7mila euro. Il Giornale, due giorni fa, ha ricordato anche che Marrazzo non ha rinunciato alla carica del Policlinico di Tor Vergata, retribuita con 70mila euro all’anno. L’autrice dell’articolo, Paola Setti, ironicamente commenta: «Parrebbe un caso da Azzeccagarbugli, la verità è che a Marrazzo basterebbe mettere per iscritto due semplici parole chiave: mi dimetto. Solo che poi gli toccherebbe «tornare in Rai, e andateci voi a mettere la faccia sullo schermo con un contratto che “costringe”, anche lì, ad assumere un “piccolo ruolo non inferiore a quello di conduttore”. Obbligo per obbligo tanto vale restare in Regione, tanto sempre di soldi pubblici si tratta». E, allo stato, Marrazzo aspira alla clausura di un convento e non cerca certo le luci della ribalta televisiva. Resta la contraddizione. Come è anche per il nuovo status politico di Francesco Rutelli il quale, diventando leader del nuovo movimento dissociato se non alternativo all’opposizione, non ha più i requisiti per presiedere il Copasir, la commissione sui servizi segreti, la cui presidenza «di garanzia» è attribuita, per consolidata consuetudine parlamentare, alla opposizione. Correttamente Rutelli ha annunciato le sue dimissioni tanto più necessarie dopo la fondazione ufficiale dell’Api, Alleanza per l’Italia. Ma per il momento è ancora al suo posto.

Anomala fu anche la vicenda, al limite del ridicolo, delle dimissioni del figlio di Di Pietro. Il quale, coinvolto in un’inchiesta giudiziaria, si dimise dal partito del padre, ma non dal consiglio provinciale di cui era stato eletto e attraverso il quale esercitava il suo potere di raccomandazione. In tal modo aveva cercato di dimostrare una coerenza con la morale familiare, senza, peraltro, rinunciare allo stipendio. Dev’essere poi intercorsa una prescrizione, sempre di carattere familiare, se oggi risulta di nuovo iscritto al partito del padre. Si è trattato, dunque, di dimissioni a orologeria. Ho ricordato alcuni casi dopo l’esauriente articolo di Paola Setti. Ma ora devo rapidamente riferirmi alle tempestose vicende che hanno caratterizzato la mia vita politica. È vero: mi sono dimesso una prima volta nel 1993 da sindaco di San Severino Marche. Il mondo era allora diverso, io non potevo continuare ad essere il sindaco di una maggioranza politica che li era del tutto estranea. Così me ne andai e si tornò a votare. Non c’era alcuna ragione esterna giudiziaria o morale, per le mie dimissioni. Ma non potevo accettare un’ambiguità politica. Nel 2001 fui nominato, come alcuni ricordano, sottosegretario ai Beni culturali, con un ministro privo di competenze specifiche e disinteressato alla materia. Di mese in mese i contrasti si rivelarono sempre più difficili da superare, e io non mancai di evidenziarli, fino alla rottura. Ma non mi dimisi. Dovetti soccombere all’aut aut posto dal ministro al capo del governo che preferì dimissionare me. Ma nessuno pensò che io fossi stato allontanato per colpa, visto come sono andate le cose. Nel 2006 fui chiamato, per responsabilità tecnica, ma con un accordo politico, a fare l’assessore alla Cultura al Comune di Milano. Dopo due anni il sindaco sembrò non condividere quelle iniziative di cui ancora oggi si vanta. Decise di revocarmi l’incarico senza motivazioni e io ottenni soddisfazione dal Tar che mi reinsediò. A quel punto, con orgoglio e dispetto, diventato già sindaco di Salemi, presentai le mie dimissioni. Questa è la storia. Non ho nulla di cui pentirmi e nulla di cui vergognarmi. Dimissionato o dimissionario.