Cari dietrologi, lasciate in pace il re del terrore

Non ci credo! «Non diffondiamo le foto, non mostriamo i filmati, perché troppo crudi». Non li diffondono e lasciano circolare (o mettono?) in Rete evidentissimi falsi semplicemente perché non ci sono. Li vedremo tra pochissimo dato che li stanno preparando. (Legittimo chiedersi in proposito se non abbiano assunto Hilary Henkin e David Mamet, gli sceneggiatori di Sesso e potere.) «Siamo certi dell’identificazione: è confermata dal dna». E dovremmo credere che davvero in meno di un’ora sia arrivato il responso al riguardo e incontrovertibile? E se qualcuno desiderasse una verifica? Useranno, nel caso, i sub per recuperare il corpo gettato immediatamente in mare. Tre le ipotesi. Prima e probabilissima: Osama Bin Laden è morto tempo fa per cause naturali. Lo hanno saputo e per sfruttare a fini elettorali Usa la faccenda hanno messo in piedi questo evidentissimo falso. Seconda, che parrebbe assolutamente improbabile, ma, considerando il livello degli attuali inquilini di White House, non da scartare: Bin Laden è vivissimo e fra poco esce allo scoperto. Terza, machiavellica e pertanto quasi impossibile da immaginare per certa gente: Osama è stato in verità catturato e intendono «spremerlo». Si è detto che sia morto per evitare che, chiedendone la liberazione, si scateni un’infinita serie di violenze e attentati ovunque per il mondo.
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Sappi, caro Mauro, che stante la mia fobia per i dietrologi e i loro esercizi, la tua mail stava per finire dritta dritta nel cestino. Ma siccome so che molti lettori la pensano come te o quasi, mi son fatto forza ed eccoti qui, nell’«Angolo». Per dirti (e dire agli amici lettori con la pulce nell’orecchio) che le tue osservazioni sono in linea di massima e dietrologicamente parlando, ragionevoli. Però c’è un fatto: Obama sarà quel che sarà, ma fesso no. Certo, le elezioni incombono e il «presidente del mondo» (copyright Concita De Gregorio) chissà cosa non farebbe per recuperare il perduto consenso. Ma non al punto di imbarcarsi in sceneggiate così ad alto rischio: per esser più chiari, non al punto di annunciare la morte di un vivo (o addirittura di un morto, come baldanzosamente sostieni). Nemmeno la certezza matematica di una rielezione potrebbe compensare il rischio dello sputtanamento, scusa il termine, planetario ove un Bob Woodward o un Mauro della Porta Raffo dovessero poi smascherare la bidonata. Quello che mi affascina, di voi dietrologi-negazionisti, è la serietà che mettete nel vostro strologare. Anche tu, caro Mauro, sebbene non potrai mai toccare le vette raggiunte da Gabriel Bertinetto dell’Unità. Immediatamente dopo la cattura di Saddam Hussein - 14 dicembre 2003 - il quotidiano magistralmente diretto da Concita De Gregorio annunciò con un titolone: «A Tikrit resta il mistero della cattura di Saddam». Bush, insomma, non la raccontava giusta. E questo perché, spiegava Gabriel Bertinetto, «in un frammento del video famoso che ha mostrato al mondo Saddam con la barba incolta e lo sguardo semistordito» c’era una «incongruenza cronologica palese». Questa: quando il coperchio del nascondiglio sotterraneo venne alzato, «la telecamera inquadrò per un attimo una palma. In mezzo al fogliame si distinguono chiaramente dei datteri color giallo. Peccato che in questa stagione non ci siano più datteri sulle piante, e quei pochi eventualmente rimasti siano di colore marrone scuro». Ammettilo, caro Mauro: un capolavoro dietrologico. Confortato dall’essere un fior di datterologista e nutrendo cieca fiducia nella fedeltà cromatica di un filmato semiamatoriale, tricchete e tracchete Bertinetto ti smonta l’oscura manovra delle forze della reazione. Un grande (però, tu, cerca di non imitarlo).
Paolo Granzotto