Cari elegantoni d’Italia D’Annunzio vi batte tutti

Viaggio semiserio nell’abbigliamento di scrittori e intellettuali: dai cappelli di Tommaso Landolfi alle magliette di Luchino Visconti e ai maglioni di Moravia. Ma la classe del Vate resta, naturalmente, inimitabile

Mezz’ora di gloria (e di successo) in fatto di eleganza, non si rifiuta più a nessuno. Infatti, l’adagio seriale di Andy Warhol dalla televisione si è spostato agli abiti, alle cravatte, alle camicie ricamate di monogrammi, alle scarpe, alle calze, alla biancheria intima per poi, però, tornare alla televisione: perché i «modelli» dove li notiamo se non sul piccolo schermo? (a parte chi frequenta le sfilate di moda, o è un patito dell’aperitivo o è un habitué dei salotti mondani). Dunque quello dell’eleganza è un bel problema che, soprattutto, ci impone una domanda: chi è oggi l’uomo, il personaggio, lo scrittore, il manager, il calciatore più elegante del reame?
Per conto mio scarterei interrogativo e risposta per affermare che solo i felini sono eleganti. Stop. Tutto il resto è noia (Califano, a esempio, è un elegantone che si veste solo di stracci, cioè con abiti usati comprati in un negozietto dalle parti di Borgo Pio a Roma). Anzi, tutto il resto non è noia, è stile. Infatti, ormai, si scambia l’eleganza - che non può prescindere dal physique du rôle e dalla interiorità - con lo stile che è accumulo e ripetizione di forme «inespressive», anche se i capi sono sartoriali e dunque cuciti con stoffe pregiate o «inglesi». Così, mentre attraverso i Colli Albani e mi avvio verso Grottaferrata, che era una passeggiata di Andrea Sperelli (vedasi alla voce Il piacere) per raggiungere A.R. ex allievo del sarto Carlo Palazzi, mi convinco che il prototipo di eleganza pura, oggi, esce dalle mani di quel genio di Rick Owens. Una eleganza, la sua, fatta di primitivismo e solennità, di nudità e corazza, di solitudine e sicurezza dello spazio che si attraversa.
Eppure, penso, ce ne sono stati e ce ne sono di tipi convinti di essere eleganti... Luchino Visconti, a esempio, era maledettamente elegante con quelle maglie setate di Fedeli sotto giacche rigate e sdrucite. Così lo era Mastroianni: occhiali a goccia, magliettina filo di Scozia blu mare sotto giacca righine marina - presumo acquistata dallo scomparso Pino Vinci a piazza del Popolo.
Invece l’eleganza di Alberto Arbasino non si legge in quegli abiti da superburocrate pretelevisivo, tagliati dentro una rigidità tutta mentale e caracinesca (da Caraceni), no, la sua è l’eleganza del dettaglio: ha sempre con sé un fazzoletto di cotone dittatorialmente bianco. Insieme al sottoscritto è l’unico che rammento vada in giro con un fazzoletto in tasca e non infilato nel taschino della giacca. Di Tommaso Landolfi si diceva che la sua era una eleganza «stropicciata». Indossava il cappello (modello Borsalino) con una disinvoltura talmente naturale e istintiva che pareva il becco di un’aquila o la colt di un pistolero. Giovanni Verga amava il nero come Owens, appunto, e come Mimì Rea. Capelli candidi, silenzio e nero. Grandissimo. Alberto Moravia a cinquant’anni (vedetelo ripreso da Pasolini in Comizi d’amore) si vestiva in bianco e nero come un funzionario del Popolo, poi, a ottanta, sfoggiava rossi, gialli, bianchi, righe: eccentrico e coatto insieme.
Giuliano Ferrara, secondo me, è fighissimo con quelle ciclopiche camicie bianche con il colletto morbido che se ne va all’insù con o senza cravatta. E con quei pullover a un filo di lana e non di cachemire. Mughini, all’incontrario, veste solo «tendenza»: «Comme des Garçons», scarpe Altieri, giacche e pastrani Paul Harnden, eppure tanto stile lo ingolfa come se indossasse solo e sempre una maglia grossa fatta con i ferri. Comunque sono costretto a confessare che il cappotto modello dandy più bello (doppiopetto sei bottoni, revers a lancia, martingala tirata su sbuffo largo con polsini quindici centimetri rovesciati) l’ho visto indossato da Alain Elkann. Ma ci sarebbe anche da ridere e sorridere con i completi di Vespa, con gli «imbrogli» di righe e colori di Lerner, con gli abituzzi di Carlo Conti, con i minimal di Benigni, con la forfora di Mario Sconcerti, con l’abuso universale del gessato...
Così quando arrivo nella sartoria del mio amico A.R. oltre il Tuscolo e il Castello della Molara dove si giocò una delle battaglie dei lanzichenecchi già carichi del sacco di Roma, non posso che azzerare le passate e presenti e future ambizioni eleganti dei Nostri, soprattutto contemporanei, e rituffarmi nella unica, insuperabile, malata, accumulativa eleganza di Gabriele D’Annunzio. Allora sfoglio il suo ormai introvabile Guardaroba (La Nuova Italia)e ricordo: a Fiume, nelle ore del commiato, quando dal mare lo bombardavano, ordinò tre dozzine di cravatte. Il Comandante era vestito con un cappotto di lana robusta con una trama sottile trasversale, monopetto, due bottoni e cintura da baricentro alto per lui che invece era minuto e basso. Collo di pelliccia di volpe, tasche a taglio o «carrettiera», polsini rovesciati. Quando scriveva La pioggia nel pineto amava indossare soltanto camicie di seta bianco avorio e camicie di tela di batista bianca. Ne possedeva centinaia: con sparati plissettati, con polsi e colli inamidati, in piquet... Ai tempi fiorentini della Capponcina aveva armadi pieni di vestaglie e camicie da notte: lino, seta, spugna. Possedeva un arsenale di cappelli: berretti, bombette, cilindri, lobbie, fedore, pagliette. E così per scarpe e stivali. Sempre a Fiume, disegnò egli stesso la camicia rossa (garibaldina) con la scritta (a sinistra, dalla parte del cuore) «Fiume».
E da vecchio, invece, si vestiva come uno scolaretto, ma elegantissimo e bischero, una specie di Gianburrasca di cielo e di mare con quei pantaloni bianchi, con la giacca blu sei bottoni «marina», con il collo della camicia da moschettiere o maestro di cerimonia o petrarchista o santo o abate o bambinetto tocco di mente. Quel collo di camicia largo ad ali e la cravatta a fiocco. Ormai è sicuro: gli esseri eleganti al mondo sono tre: i felini, i modelli di Rick Owens e la Maison apollinea di D’Annunzio. Il resto è noia. È stile.