«Cari esordienti, così si fa carriera con la letteratura»

Prima lezione: Andare a Letto con Qualcuno che conta nel Mondo dell’Editoria. In caso di fallimento, passare alla seconda: Mai Prendere un No come Risposta Definitiva. Terza, inequivocabile: La Maggior Parte degli Agenti e degli Editori sono Cacca. Questi i punti chiave del credo di Tibor Fischer - lo scrittore inglese di origini ungheresi in questi giorni in libreria con il suo quarto romanzo Viaggio al termine di una stanza (Mondadori, pagg. 296, euro 12) - su come far carriera con la letteratura, spesso dispensati in leggendari seminari in cui gli aspiranti esordienti sono stati osservati riportare diligentemente sui loro taccuini la parola Cacca. Perché Tibor Fischer ama la provocazione, sguazza nel paradosso ed è cintura nera di quel che Tom Wolfe ha in modo supremo definito, in Io sono Charlotte Simmons, «Sarc3»: sommo livello di sarcasmo in cui si invita un interlocutore a partecipare compiaciuto all’ilarità generale senza fargli comprendere di esserne l’oggetto.
Premiato, venduto e, fatto per nulla scontato, letto con godimento da critica e pubblico sin dall’esordio nel 1992 con Sotto il culo della rana, il cinquantenne Fischer si è procurato una dose supplementare di notorietà due anni fa, per aver provocato sulle pagine culturali inglesi un perfetto pandemonio mediatico. Violando con entusiasmo una delle Leggi Fondamentali Non Scritte dell’Editoria, ovvero l’embargo sulle bozze consegnate in anteprima alla stampa, si è permesso di consegnare al Daily Telegraph un colonnino sul nuovo romanzo di Martin Amis, Yellow Dog - in uscita tra un mese in Italia per Einaudi con il titolo Cane giallo. Che l’infame colonna facesse a pezzettini Cane giallo è un dettaglio trascurabile. Che sciacquasse pubblicamente alcuni panni sporchi dell’editoria britannica, compresi quelli di Andrew Wylie alias «The Jackal», il boss degli agenti letterari, che assiste scrittori come Amis, Rushdie, Roth, Bellow e Mailer (e fino a quel momento anche Fischer) in fondo lo è altrettanto.
Perché il vero scandalo stava nel modo: «Ero in metro a leggere le bozze, pervaso dal terrore che qualcuno potesse sbirciarle da sopra la mia spalla. E non per l’embargo. Ma perché avrebbe potuto pensare che magari mi stessi divertendo a leggere quella roba. Mi sentivo come se avessi beccato il mio zio preferito a masturbarsi nei giardinetti di una scuola». Accusato di conflitto di interessi - Viaggio al termine di una stanza sarebbe uscito lo stesso giorno di Cane giallo - e di complotto autopromozionale, Fischer ha tenuto la posizione senza scomporsi. Tanto che oggi, a due anni di distanza, è pronto a un bis in onore dell’uscita di Amis in Italia.
Ma perché tanta ferocia? Che le ha fatto Martin Amis?
«Assolutamente nulla. Amis e io ci conosciamo a malapena. Ci siamo scambiati cenni di saluto da lontano in qualche affollata soirée. Nessuna ferocia, glielo garantisco».
Eppure, ha tagliato su misura per Cane giallo un’immagine di pedofilia narrativa francamente ributtante.
«Non si trattava di una recensione, ma di un articolo. In cui ho tenuto a chiarire che Amis è un narratore di talento. E che proprio per questa ragione Cane giallo mi ha fatto così arrabbiare. È un romanzo brutto, sgraziato, dilettantesco. Puro cazzeggio. Il contrappasso, quando arrivi in cima, è che nessuno ti dice più la verità. Né il tuo agente, né il tuo editor. Diciamocelo francamente: Amis mi è debitore. Questo autunno uscirà il suo nuovo romanzo e se avrà lavorato meglio e più duramente lo deve al mio candore. Mi aspetto la dedica».
E degli altri scrittori della «Granta Generation»: Ishiguro, McEwan, Rushdie... cosa pensa?
«Di quelli dell’83, il mio favorito è senza dubbio Amis. Ma in generale Granta fa un ottimo lavoro quando seleziona gli esordienti. Anche se a volte poi alcuni non pubblicano un romanzo per anni».
Tra le ragazze c’è qualcuna che le piace?
«Ammiro A.S. Byatt, soprattutto i racconti. Helen Simpson e Nicola Barker, ottime anche loro per i racconti. E Zadie Smith. Ci sono delle signore che si dilettano coi delitti. E si rovinano. Ma sono troppo cavaliere per nominarle».
Ma c’è qualche libro che considera un capolavoro?
«Ovviamente i morti sono sempre con noi. Ho appena finito il Bel-Ami. Ma c’è anche qualcosa di nuovo, sì. I racconti talmudici di Shalom Auslander. Suite française di Irène Nemirovsky. I racconti di Tom Robbins».
Scrivere è un affare o un destino?
«Entrambi. Scrivere non è così difficile (non è neanche facile, comunque). La cosa davvero difficile è fare lo scrittore. Vivere di scrittura. Le uniche due cose positive dell’essere uno scrittore sono che puoi stare a letto quanto ti pare, e tornarci quando vuoi, e che puoi metterti quei vecchi vestiti così comodi».
Il suo romanzo d’esordio è stato rifiutato da 56 editori inglesi su 59. Come ha fatto a sopravvivere alle lettere?
«Bisogna immaginare di condurre gli editori che ti hanno inviato le lettere in un campo e farli a pezzetti con un’ascia. Lentamente, mentre sono ancora vivi. È importante concentrare l’attenzione sulle loro urla e sulle richieste di pietà. Questo aiuta a sentirsi un po’ meglio».
Il Guardian le ha chiesto di compilare una lista dei dieci migliori scrittori dell’Est europeo. Lei si considera uno di loro? E che cosa pensa dei suoi colleghi della Novorussia, come Pelevin e Sorokin?
«Non mi sento particolamente “dell’Est”. Ma a Budapest mi sento a casa. Viktor Pelevin è un vero scrittore russo. Beve come una spugna e ha seri rigurgiti di misticismo. Adoro i suoi racconti».
Ma la letteratura comunista è definitivamente morta?
«Non direi. Nelle università americane di seconda categoria si trova ancora qualche marxista».
E dunque quella creazione di valori e risveglio dei cervelli che era compito della letteratura?
«La letteratura non ha più morale di un pezzo di legno. Il che non significa che non possa avere forza morale o cambiare le cose. Ma anche un pezzo di legno può ispirare ogni sorta di movimento, dall’aggressione al salvataggio di un bambino che annega».
Chi ha il potere nell’editoria contemporanea: il talento, gli editori, gli agenti, la stampa?
«Il potere appartiene sempre a coloro che firmano assegni. I grandi editori hanno il potere, anche se a volte sembrano non rendersene conto e si preoccupano dei buoni rapporti con gli agenti famosi. Se hai i soldi attiri il successo. Ogni anno indovino i finalisti del Booker Prize e non perché io abbia fiuto, semplicemente perché sono dell’ambiente e so dietro a quali libri ci sono soldi da spendere. Detto questo, se sei uno scrittore da qualche centinaio di migliaia di copie, gli editori faranno tutto quello che desideri».
Sta scrivendo un nuovo romanzo?
«Sì, si intitola Good to be God. È ambientato a Miami. Racconta di un tale che crede di essere Dio».