Cari lettori, mi dispiace ma vi devo dire addio

Ultimo saluto di Mario Giordano ai lettori: &quot;Lasciare <em>il Giornale</em> mi dispiace un bel po'&quot;. A partire da oggi Vittorio Feltri sarà al
lavoro al <em>Giornale</em> e la prima copia con la sua firma sarà in edicola domani

Mi dispiace. Con voi, cari lettori, ho sempre cercato di essere sincero, abbiamo condiviso gioie, dolori, preoccupazioni, tensioni, persino vicende personali (a proposito: grazie a tutti quelli - tantissimi - che hanno continuato a chiedermi notizie su mia figlia Alice e sulla sua scelta di andare un anno in America). E quindi non posso, arrivati a questo punto, raccontarvi balle: lasciare il Giornale mi spiace. Avrei voluto restarci ancora un po’, un bel po’.

Avevo scelto di venire qui convinto che avrei potuto impostare un lavoro di lunga durata. Così non è stato, così non sarà. Da oggi lascio a Vittorio Feltri l’incarico di direttore che ho assunto l’11 ottobre del 2007 dalle mani di Maurizio Belpietro. Voglio che sappiate che non è dipeso da me. Non avrei voluto. Nella vita, però, ognuno di noi lo sa, ci sono cose che non dipendono dalla nostra volontà, e che bisogna accettare. Di buon grado. Magari cercando di leggere al loro interno tutti i segni possibili di positività.

A me da oggi spettano altri incarichi professionali, in parte nuovi in parte no, comunque avvincenti. A voi spetta un altro direttore, in parte nuovo in parte no, comunque vincente. Dunque, con la stessa sincerità di prima, vi devo dire che, seppur a malincuore, me ne vado comunque grato e soddisfatto: grato per l’esperienza che l’editore mi ha dato la possibilità di fare con assoluta libertà in questi (quasi) due anni, soddisfatto per ciò di cui andrò a occuparmi (le nuove iniziative news di Mediaset e la direzione di Studio Aperto). In più mi conforta pensare che questi (quasi) due anni di lavoro non sono passati invano: il Giornale che lascio è un prodotto editoriale forte, robusto, pronto ad affrontare le sfide di una fase che non sarà certo semplice, partendo da una posizione di vantaggio rispetto ai suoi concorrenti.

Certo la situazione generale dei quotidiani è nota: il crollo della pubblicità, conseguente alla crisi mondiale, appesantisce i bilanci, il mercato dei prodotti «collegati» non tira più come una volta, tutti i giornali devono fare i conti con un futuro che inevitabilmente sarà diverso dal passato, e che quindi chiede radicali cambiamenti. Anche in questo però abbiamo precorso i tempi: il piano di risanamento avviato con l’amministratore delegato Andrea Favari (un grande professionista e un amico che, mi sia consentito, qualsiasi azienda editoriale vorrebbe avere in prima linea) ha dato e darà ancora i suoi frutti. E noto con una certa soddisfazione che i piani annunciati negli ultimi mesi dagli altri editori seguono nelle linee generali (riduzione dell’organico redazionale senza perdere in qualità, prepensionamenti accompagnati da inserimenti di giovani di talento, contenimento del numero delle pagine, contenimento del borderò, riduzione delle tirature «gonfiate», ecc.) quello che noi stiamo già facendo dall’ottobre 2007.

Per quanto riguarda i contenuti vi avevo promesso un giornale capace di recuperare nelle sue radici lo spirito per affrontare i nuovi tempi, e così abbiamo cercato di fare. Abbiamo provato a dare una sferzata di vitalità, uno slancio nuovo che pervadesse tutto il giornale, anche al di là della sezione strettamente politica o del titolone in prima, per darvi un quotidiano vivo e completo, con lo stesso spirito dalla prima all’ultima pagina, dalla cronaca allo sport, passando per l’economia, gli esteri, gli spettacoli e la cultura. Che si denunciasse il filosofo copione Galimberti o si rivelassero gli scandalosi sprechi dell’Università, che si facessero le interviste esclusive dello sport (per esempio quella in cui Moratti ha annunciato l’intenzione di cedere Ibrahimovic) o quelle dello spettacolo (per esempio quella in cui Benigni parlava per la prima volta della sua «religiosità») abbiamo cercato di dare una lettura «da Giornale» a tutta la realtà, convinti di dover parlare a voi lettori di tutti gli aspetti della nostra vita e non solo di quella che scorre dentro i palazzi.
Certo: siamo stati e restiamo un quotidiano politico. E nelle battaglie politiche non ci siamo certi tirati indietro, basti ricordare la campagna con cui abbiamo rivelato le nuove magagne di Di Pietro, costringendo il figlio alle dimissioni e Tonino a imbarazzanti e insufficienti spiegazioni, o la presa di posizione decisa sul caso Englaro. Così come non ci siamo tirati indietro nell’ultima battaglia, quella aperta da Repubblica sul gossip: l’abbiamo fatto senza risparmiarci, a volte superando anche il senso di nausea di fronte a tale deriva giornalistica, ma senza oltrepassare il limite del buongusto. Per intenderci: abbiamo rivelato l’esistenza di un’inchiesta insabbiata sulle escort del clan D’Alema, proprio perché si trattava di un'inchiesta (inchiesta=notizia) e perché si parlava di prostituzione dentro le stanze di Montecitorio (Montecitorio=luogo istituzionale). Ma quello che fanno le persone dentro le loro camere da letto (siano essi premier, direttori di giornali, editori, ingegneri, first lady, body guard o avvocati) riteniamo siano solo fatti loro. E siamo convinti che i lettori del Giornale non apprezzerebbero una battaglia politica che non riuscisse a fermare la barbarie e si trasformasse nel gioco dello sputtanamento sulle rispettive alcove.

Non voglio aggiungere altro se non un riferimento alle nostre «guide». Le inserzioni sul lavoro (presto copiate da altri quotidiani e settimanali), i vademecum sul risparmio, sulla previdenza o sulla casa, che tanto interesse hanno suscitato fra voi lettori. Alcune erano più riuscite, altre meno: ma dietro c’era il tentativo di fare del quotidiano uno strumento non solo di denuncia, di polemica, di battaglia, ma anche di servizio. Costruire e non solo distruggere. Creare fiducia e non solo vellicare gli istinti più bassi. Non si dice che per uscire dalla crisi ci vuole soprattutto un’iniezione di positività? Ecco: piccole dosi di positività noi le abbiamo distribuite tutti i giorni, abbiamo cercato di rappresentare l’Italia che ci crede, quella che lavora, che si dà da fare ogni giorno, magari sbuffa ma cerca qualcuno che la aiuti a risolvere i problemi, non solo qualcuno che urli che i problemi ci sono.

Del resto non serve dilungarsi ancora. Il quotidiano che abbiamo fatto lo avete visto e lo avete apprezzato. Ci avete seguito anche nei passaggi più azzardati e più innovativi, come il cambio della grafica e della testata (quel Giornale in negativo che ci accomuna alle grandi testate europee), a dimostrazione che il popolo dei moderati sa riconoscere il rinnovamento (almeno il rinnovamento che pone le basi nella tradizione) e lo preferisce a ogni ottusa reazione. Ci avete seguito, ci avete appoggiato. Lo dimostrano le vendite in edicola, che in un momento di crisi generale, segnano un rilevante e costante aumento rispetto all’anno scorso, sia a giugno sia a luglio sia ad agosto. Ed è un dato ancor più significativo se si considera che nel frattempo il prezzo del quotidiano è aumentato del 20 per cento. Questa è la prova della vostra fedeltà e della vostra amicizia, cari lettori del Giornale: sapete essere critici, severi, inflessibili, ma date in ogni momento prova di un attaccamento straordinario a questa testata, che per tutti noi è qualcosa di più di un contenitore di idee e di notizie: è una bandiera.

Ebbene, noi questa bandiera l’abbiamo portata avanti due anni con gioia, emozione, fatica, orgoglio e soddisfazione. Abbiamo commesso tanti errori perché come diceva un mio vecchio amico «solo chi non mangia non fa briciole», ma ce l’abbiamo messa tutta. E allora lasciatemi ringraziare, prima di salutarvi per l’ultima volta, una redazione straordinaria, di professionisti esemplari e di persone perbene, un gruppo di talenti e capacità come ce ne sono pochi oggi in Italia. Sono orgoglioso di essere stato alla loro guida e non dimenticherò l’attaccamento che mi hanno dimostrato per tutti questi due anni, fino a questi ultimi giorni. Aver preservato e valorizzato questo patrimonio professionale è la mia vera soddisfazione in questo momento: lo consegno al nuovo direttore, sicuro che saprà utilizzarlo al meglio per il bene del Giornale.
Infine, l’ultimo pensiero a Mario Cervi. Lo conoscete bene, sapete che ha fondato questo quotidiano, che ne custodisce l’anima e la memoria. Averlo avuto al fianco, dall’altro lato della porta, per tutti questi mesi è stato per me importantissimo. Mario Cervi viene in redazione presto tutte le mattine, legge i giornali, commenta le notizie. Con i suoi silenzi e con le sue mezze battute, mi faceva capire quando stavamo esagerando con i toni o quando stavamo prendendo strade che non condivideva, con la sua penna sempre lucida e precisa dava piccoli tocchi di timone per riequilibrare la linea. Sempre signore, affilato ma mai volgare, puntuto ma mai becero, pronto a combattere e mai prono. Controcorrente. Galantuomo. Un po’ ironico, un po’ sarcastico. Cane da guardia. Impertinente. D’altri tempi eppure modernissimo. Con la memoria salda eppure pronto a lanciarsi in ogni sfida del futuro. Ecco a me piace pensare che l’anima del nostro quotidiano sia proprio così. Abbiamo cercato di difenderla e di rafforzarla. Ora so che da domani Mario Cervi non sarà più nel medesimo ufficio dove è stato negli ultimi dieci anni. Spero che con lui, da quell’ufficio, non se ne vada anche lo spirito del Giornale che da sempre incarna.