Cari magistrati, ma davvero 450 giorni vi sembran pochi?

Nell’aprile scorso ventuno fra mafiosi e trafficanti di droga (ovviamente «presunti») sono stati scarcerati per la scadenza dei termini di custodia cautelare prevista a decorrere dalla lettura della sentenza di primo grado. Termini scaduti perché il magistrato, Rosa Anna De Palo, che aveva giudicato con rito abbreviato quei ventuno (presunti) delinquenti non è stata in grado di scrivere e quindi depositare la sentenza entro la scadenza prevista: quindici mesi. Quattrocento e cinquanta giorni. Rosa Anna De Palo è ritenuta, dall’Associazione nazionale magistrati, persona encomiabile, «brava e stimata». Il Consiglio della magistratura, poi, le riconosce «elevata laboriosità», «grande attaccamento al lavoro», «ottima preparazione tecnico-giuridica», «particolari doti organizzative», «equilibrio e assoluta indipendenza di giudizio». Tanto da preferirla ad altri trentun candidati per la carica, che tuttora ricopre, di presidente della sede barese del Tribunale dei minori.
Fra le virtù di Anna Rosa De Palo, c’è dunque l’elevata laboriosità e sarà certamente così perché il Csm non esprime giudizi a vanvera, questo è noto. E allora? Come la mettiamo col fatto che la brava, stimata e laboriosa Rosa Anna De Palo non è riuscita a scrivere le motivazioni d’una sentenza, per altro da lei emessa, nei quattrocento e cinquanta giorni che aveva a disposizione? Batté forse la fiacca, in quell’occasione? Interessato al caso, nella sua infinita saggezza il Consiglio superiore della magistratura, ha sentenziato che no, Rosa Anna De Palo è e resta laboriosissima, è e resta una stakanovista della toga. Nella delibera che la scagiona, gli illuminati consiglieri indicano infatti nel «deficit organizzativo» la causa della mancata consegna della sentenza. Nessuno, insomma, si prese il disturbo di sollecitare De Palo, nessuno la sgravò da altri incarichi per consentirle di scriverla, quella benedetta sentenza. Nessuno, infine, fece fronte alla «emergenza processuale che si stava consumando» a causa della lentezza con la quale De Palo procedeva nel suo lavoro, lentezza - ed ecco l’emergenza - che ha consentito a 21 mafiosi e trafficanti di droga (sempre presunti, va da sé) di rendersi uccel di bosco.
Tutti distratti, in pratica, tutti imbambolati e poltroni. Meno, così garantisce il Csm, Rosa Anna Di Palo. Quando poi la laboriosa magistrata lasciò l’ufficio per insediarsi al Tribunale dei minori, «nessuno ha monitorato la situazione di ritardo nel deposito» che in parole povere significa che nessuno sollecitò De Palo (tipo: su, dai, sbrigati sennò quei mascalzoni escono di galera. Oppure: ma sant’Iddio, cosa ci vuole a scrivere una sentenza! Su, datti da fare). Ragion per cui, a parere degli augusti membri del Csm ella risulta incolpevole.
La nostra fiducia nella Magistratura e di conseguenza nel suo organo di autogoverno è e resta elevata, tal quale la laboriosità di Anna Rosa De Paolo. Ma accusare il «sistema» di sbadataggine senza aggiungere che la prima a dover stare attenta, in campana, come s’usa dire, è il titolare della sentenza da depositare, nel nostro caso un magistrato con «ottima preparazione tecnico-giuridica» e pertanto non ignaro dei tempi di scadenza e dei danni che ne conseguono se non li si rispetta, ci pare, ecco, un po’ una presa in giro. Di noi popolo in nome del quale è amministrata, sissignori, la giustizia. Non dico tanto, ma noi popolo ad Anna Rosa De Paolo avremmo almeno tirato le orecchie. Pertanto, al prossimo caso di grave negligenza d’un magistrato - e ce ne saranno, su questo non ci piove - se il Csm dovesse insistere con la manica larga, con la remissione, noi popolo preferiremmo tenercene fuori. In sostanza, non nel nostro nome. Cosa vostra.