Cari scrittori, abbiate il coraggio di fare a pugni

A Coverciano, dal 14 al 16 settembre, scenderà in campo la squadra italiana degli scrittori; giocherà contro i colleghi ungheresi, inglesi e scandinavi. Un mondiale bonsai. Si chiama Writers' League e la sponsorizza Progetto Italia di Telecom.
Con quella di quest’anno siamo alla seconda edizione. Nel 2005 si aggiudicarono la vittoria gli autori scandinavi. Gli italiani, capitanati da Alessandro Baricco, arrivarono ultimi. Sperano di rifarsi alla prossima edizione. Dipenderà da preparazione e allenamento. Muoversi in campo non è stare davanti alla tastiera di un computer. Occorrono fiato e gambe elastiche. Alla conoscenza della mente, bisogna aggiungere quella del corpo. Chi li vide, racconta che non svolgevano gioco di squadra, ognuno andava per conto proprio e non avevano fiato. Dopo i primi passaggi si mostrarono stanchi. E furono sconfitti. Niente male. Si tratta di un gioco. Analogo a quello dei premi letterari. Non credo che giocare al calcio, sport di massa e di squadra, esprima al meglio il genio dei nostri scrittori. Ci vuole qualcosa di più intenso, che metta in mostra le doti dell'individuo. Lo scrittore, in fondo, altro non è che un individualista, uno che si batte per se stesso. Penso, quindi, che lo sport a lui consono sarebbe il pugilato.
Anziché organizzare campionatini di calcio, dove ognuno sostiene l’altro, complimenta l’altro, quando non lo carezza e lo bacia, sarebbe bene allenarsi per un incontro di pugilato. Non da professionista, ma da novizio e dilettante. Tre riprese di tre minuti ciascuna, magari col casco protettivo. Io so, perché l’ho praticato, che non esiste sport che sappia mettere a nudo forza e capacità di un uomo come la boxe. Il calcio no. C’è il sostegno della squadra. Il pallone va e viene. Il ring è, invece, un po’ come la pagina bianca. Siamo soli con noi stessi e di fronte a un avversario che vuole atterrarti. Se non altro devi difenderti. Devi, vale a dire, fare cose vere come quando crei con la scrittura qualcosa di tuo, che ti parte da un’idea che prende sempre più corpo, che ti invade e ti possiede. Non puoi chiedere soccorso a nessuno. Nel calcio sì. Passi il pallone al compagno o lo abbandoni tra le gambe degli avversari. Un po’ come certa e attuale letteratura, che pesca in altra letteratura, non fa niente di originale, non esplora alcun terreno, ma segue le mode del momento, ingannando il prossimo e la cultura. Ma così vanno le cose che, certo, non sarebbero piaciute ai grandi scrittori del Novecento, dove, ognuno, aveva un mondo suo da raccontare.
Penso a Tobino, Landolfi, Moravia, Pasolini, Elsa Morante, Parise, Bacchelli, Cassola, Bassani, Dessì e altri ancora che, con la pagina, ingaggiavano una sorta di duello dove si vinceva o si perdeva. A parte Pasolini, già giocatore di calcetto, nessuno di questi scrittori avrebbe mai fatto parte di una squadra di calcio. Un pallone non gli avrebbe detto niente. Come niente avrebbe detto a Ernest Hemingway, che amò pugilato e tauromachia, due sport che si confacevano con la sua idea di combattente della pagina.
Perché senza la vera ricerca e la vera fatica, non esiste l’arte. Ma la sua parodia. La medesima di cui abbonda e straripa la nostra letteratura, epigona in tutto. Anche nella scelta di uno sport che, certo, non la nobilita, ma la fa apparire per quella che in realtà è: un gioco di specchi tra le sabbie. Niente di serio. Resiste finché c’è il sole, ossia la stagione della moda, del pettegolezzo e dell’invettiva, argomento, guarda caso, su cui si dibatterà a fine campionato in quel di Coverciano. Arrivederci a settembre.