Una carica d’odio dietro la voglia di dire solo «no»

Ruggero Guarini

Il principale dei molti motivi per i quali il teppista antiglobale odia le Olimpiadi, e vorrebbe volentieri farle saltare in aria, e non potendo farle saltare in aria tenta in vari modi di ostacolarle, avvelenarle e sfregiarle, non è affatto, come lui crede e dice, la loro supposta natura di mito capitalistico. Ovviamente in questa sua avversione c’è come sempre anche l’odio per la civiltà capitalistica come tale e per tutte quelle cose (eventi, fenomeni, istituzioni) nelle quali è possibile, a torto o a ragione, vedere altrettante sue espressioni. Ma nel caso delle Olimpiadi questa sua generale ostilità verso il capitalismo e le sue varie manifestazioni assume la forma purissima e assoluta di un odio rivelatore: l’odio che chi non sa e non vuole fare mai nient’altro che chiacchiere vanagloriose e stupide imprese vandaliche non può non provare per chiunque invece voglia e sappia far bene qualcosa, sia pure un salto con l'asta o il lancio di un giavellotto.
A imporre al teppista antiglobale di esecrare le Olimpiadi è insomma la loro evidente funzione di cerimonia mondiale basata sulla valorizzazione dello sforzo individuale, della prestazione individuale, della ricerca e della conquista dell’eccellenza individuale. A mandarlo in bestia basta infatti il pensiero che al mondo, in questo mondo che lui disprezza e detesta perché sa bene che non sa che farsene delle sue stupide chiacchiere di vacuo, vanaglorioso, parassitario disubbidiente, esistono invece moltitudini di giovani che mentre lui, non sapendo fare assolutamente niente, nemmeno un discorso sensato, vorrebbe rifare tutto, sognano di raggiungere la perfezione in qualche ardua disciplina atletica, e per raggiungerla sono disposti ad affrontare per anni una vita fatta essenzialmente di esercizio e sacrificio. E mediante questo suo odio per le Olimpiadi in quanto luogo che onorando e premiando le virtù sportive onora e premia simbolicamente qualsiasi forma del fare, del gareggiare e del produrre raggiunge quell’altro feroce odiatore del lavoro e dello sforzo in tutte le loro forme che è il terrorista islamista.
Affine al terrorista islamista in questo sdegnoso rifiuto di ogni possibile attività creativa, ricreativa e produttiva, il teppista antiglobale si distingue da lui soltanto mediante il rifiuto del metodo suicidario. Però chissà: non è forse lontano il tempo in cui anche lui si voterà a quella nobile prassi. Nella lunga storia dell’epos rivoluzionario egli comunque costituisce una novità assoluta. Nelle zucche di tutti i suoi supposti predecessori (padri, nonni, bisnonni, trisavoli e altri antenati appartenenti a quell’epos) c’era infatti sempre, insieme a molti “no”, qualche ragionevole sì. Per la prima volta accade invece che nella capa di un vero o supposto discendente di quella nobile schiatta non ci sia altro che un mucchio di “no”. Un montarozzo di “no”. Una moltitudine di “no”. Mai finora si era infatti vista una così gagliarda promozione del puro e semplice “no”, del “no” assoluto e perpetuo, del “no” senza se e senza ma, del “no” incessantemente urlato e sputato contro tutto e il contrario di tutto, al rango di unico principio teorico e pratico. E questo è forse il motivo per cui questi supposti nemici del Kapitale altro in fondo non sono che le sue pulci.
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