La carica dei 101 onorevoli contro le spie dei pm

Massimo Malpica

RomaIl Palazzo degli «spiati» ora reagisce, e chiede lumi sulle indagini della procura di Napoli, quelle sulla presunta associazione segreta, ribattezzata «P4», affidate ai pm partenopei Woodcock e Curcio.
È una «carica dei 101», quanti sono i parlamentari che sottoscrivono un’interpellanza urgente, presentata ieri al ministro della Giustizia Angelino Alfano. Tra loro anche il primo firmatario del documento, il deputato napoletano Amedeo Laboccetta, che, ribadendo il «diritto di indagare» delle procure «quando ricorrano i presupposti», rimarca anche che i magistrati operino «nel rispetto della legge e soprattutto in ossequio alla costituzione», che come è noto all’articolo 68 prevede l’impossibilità di intercettare i parlamentari senza l’autorizzazione della camera di appartenenza.
«Non credo che la procura di Napoli - commenta Labocetta - abbia ottenuto qualche particolare deroga per non rispettare l’articolo 68 della Costituzione». Così, ecco l’interpellanza, che cita gli organi di stampa (Fatto quotidiano, Repubblica, Giornale e Mattino) che hanno divulgato l’esistenza dell’inchiesta, accenna al coinvolgimento di magistrati ed esponenti politici, e al pedinamento di parlamentari fin sull’uscio di Montecitorio (a cominciare dal parlamentare del Pdl Alfonso Papa) per poi domandarsi: «Se tali fatti dovessero rispondere a verità ci si troverebbe di fronte a un’attività di indagine svolta nel totale dispregio delle prerogative e guarentigie parlamentari con attività di pedinamento assimilabili alle intercettazioni perché finalizzate a carpire incontri o conversazioni del parlamentare con altri parlamentari o terzi fin sotto l’ingresso della Camera dei deputati, intercettazioni di conversazioni anche telefoniche effettuate nella conoscenza della qualità di parlamentare del soggetto, fotografie del parlamentare stesso effettuate per fini investigativi poco comprensibili». Ma non è tutto qui, perché, per i 101, le indagini non dovrebbero proprio svolgersi sotto il Vesuvio, poiché si tratterebbe di «attività svolte in via generale in palese violazione di tutte le norme in materia di competenza territoriale, visto che i giornali hanno dato ampio risalto della persona di un magistrato che svolge servizio a Napoli che sarebbe stato in buona sostanza l’accusatore del parlamentare». La toga in questione è Umberto Marconi, che l’estate scorsa in seguito al coinvolgimento nell’inchiesta romana sull’altra presunta loggia segreta, la «P3», ha chiesto e ottenuto di lasciare la corte d’Appello di Salerno per andare a fare il consigliere nella sezione lavoro di quella napoletana. Ma va ricordato che per togliere la competenza territoriale alla procura di Napoli, Marconi dovrebbe essere indagato.
Di certo, secondo i 101 inquilini del Palazzo le anomalie dell’inchiesta - divenuta di dominio pubblico grazie a una puntuale fuga di notizie - sono troppe. E così il gruppo domanda ad Alfano «se alla luce di quanto riportato non ritenga necessario svolgere approfondimenti ispettivi e di qualunque altra natura rispetto a fatti che, così come descritti, si caratterizzerebbero per l’emersione di un’attività di indagine condotta dai pubblici ministeri in aperta violazione delle norme costituzionali e di legge ordinaria che regolano le modalità di attività investigativa nei confronti di parlamentari». Le «gravi lesioni delle prerogative», conclude l’interpellanza, non riguarderebbero, peraltro, il «singolo parlamentare», ossia Papa, ma «il Parlamento tutto».
Proprio su quest’ultimo concetto torna, nella sua nota, Laboccetta, invocando un intervento della terza carica dello Stato: «Dispiace molto che il presidente della Camera, Gianfranco Fini, finora non le abbia pesantemente stigmatizzate». «Essere imparziali significa anche non avere alcun complesso verso l’ordine giudiziario», conclude il parlamentare del Pdl: «Comunque, osiamo ancora sperare che il Presidente Fini, dopo la lettura del nostro atto di sindacato ispettivo, vorrà assumere le doverose iniziative che spettano al numero uno di Montecitorio».