La carica dei 130 nel segno della letteratura

Ritratti di donne dai colori chiari che comunicano una sensazione di pace e tranquillità, velata da un po’ di malinconia. Invece «io ho bisogno di combattere con la tela» dice l’artista, Liliana Ravenda Malag, che espone in mostra alla Galleria di Via Rivoli 2 da domani alle 18.30 fino al 24 maggio («Enigma», info. 02-2574130): e, guardando più attentamente i lavori esposti, si percepisce l’energia provocatoria che li ha ispirati. Dietro l’apparente immobilità dei visi, gli sguardi persi, le fisionomie pallide, i colori spenti, «sono tutti olii su masonite», l’artista solleva temi sociologici interessanti, concentrandosi soprattutto sulla condizione femminile. Nata a Milano, Liliana vive gli anni della sua formazione artistica a Bologna, dove s’iscrive alla Scuola d’Arte. Sucessivamente torna a Milano, dove approfondirà la propria esperienza nel disegno e l’incisione: il suo percorso artistico è caratterizzato dalla fedeltà e la coerenza con determinate linee guida, che la seguiranno in tutta la sua carriera. Questa mostra è un evento importante, segna, in un certo senso, un ritorno: «ho smesso di dipingere nel 1993. Adesso che li rivedo, non mi sembra vero. E’ una riscoperta anche per me». Quadri che rappresentano soprattutto donne, una femminilità complessa. Non sofferente, ma pensosa, come incompleta: «punto molto sullo sguardo -dice l’artista- la prima cosa che dipingo è l’occhio sinistro, il destro non riesco mai ad affrontarlo». L’espressione di visi come scavati dall’esperienza, anche se senza rughe. La riflessione autobiografica è una vena sottilmente sempre presente, anche quando si affermano temi di sociale interesse. Liliana ha vissuto negli anni della contestazione , gli anni Settanta: «se eri una donna, e volevi dipingere, eri quasi costretta a fare fiori, paesaggi naturali. Ma io volevo essere interprete della condizione femminile. Per questo mi sono inventata un nome, un nome “neutro“, come Malag, per poter firmare liberamente i miei quadri». La denuncia traspare da tele come «La Testa Vuota» (1975, olio su masonite), in cui un viso di donna è tranciato violentemente dallo sfondo, come satira delle donne che non pensano, che non hanno idee da sostenere. Visi di donna vicini a bambini o ad animali domestici, lasciano intravedere la difficile condizione della donna, ma anche la sua tenacia. Solo nei quadri che rappresentano le ballerine, Liliana Ravenda Malag si lascia andare, concede alle sue donne di essere libere.