La carica dei 300, per Vicenza si viaggia gratis

Christian, 17 anni, ieri mattina si è svegliato presto, ha preso la metropolitana ed è sceso in stazione Centrale che erano le nove, ma alla mamma non ha detto nulla. Davanti alle biglietterie della stazione lo aspettano Marco, Guido e gli altri «compagni» del centro sociale Cantiere: il programma di questo sabato prevede una gita speciale a Vicenza invece della solita puntata in Duomo. Dicono di protestare contro «il governo Prodi alleato con l'imperialismo degli Stati Uniti e del loro esercito occupante». In ogni caso, sempre meglio che andare a scuola. Alla spicciolata arrivano altri ragazzi. L'età media è bassa, la «divisa» collaudata. Felpa con cappuccio anti-telecamera, kefiah, pantaloni larghi, scarpette sportive firmate (ma come?) dalle multinazionali dello shopping. Su qualche zaino compare l'infelice scritta Acab (l’acronimo inglese che significa «All cops are bastard», cioè tutti i poliziotti sono bastardi, ndr). Hanno portato striscioni, bandiere (proprio quelle arcobaleno della pace, rimaste a ingrigire per lo smog sui balconi o con il volto dell'intramontabile «Che» buono per tutte le stagioni), sacchetti coi panini. Almeno per oggi, la temuta «spesa proletaria» nel supermercato di fronte ai binari è rimandata. I leader scaldano la voce nei megafoni, invitano a una riflessione sulla politica estera americana: «Niente basi sul nostro territorio, basta con questa fottuta guerra!». Le ragazze distribuiscono volantini ai rivoltosi in... erba, infatti lo strano odore che si sente viene proprio dalle sigarette.
«I burocrati e i bombardieri devono fare i conti con la straordinaria forza dei movimenti moltitudinari», recita un foglio firmato «Cantiere e Ya Basta!». Ma sono in trecento, più o meno, a salire le scale diretti al binario 21, che evoca ben altri significati. Si aspetta il treno mentre la polizia (loro li chiamano sempre e solo «gli sbirri») controlla tutto a distanza di sicurezza.
Saltato il fantascientifico Strike war express di Rifondazione e Cgil, ecco un più modesto Intercity delle 11.05. Intanto si aggiungono gli autonomi provenienti da Genova, Torino e Pavia. La carovana conta adesso quasi 500 unità. E' il momento di ripassare gli slogan, scattare fotografie e persino di fare il biglietto, o meglio di «raccogliere le sottoscrizioni». È a quel punto che spuntano tre buste bianche, chiedono 10 euro a testa (andata e ritorno) in cambio di un timbro sulla mano, e «se non ti lavi, stasera entri gratis al concerto». Solo in pochi pagano regolarmente, altri ottengono sconti-comitiva, altri svuotano le tasche degli spiccioli, qualcuno ottiene sconti comitiva oppure baratta bottiglie di birra. I capi informano che sono in corso «trattative per l'assegnazione del binario».
Come previsto dall'orario, il treno arriva sulla banchina numero 7 e si scatena la corsa allo scompartimento. Il personale di Trenitalia provvede a ritirare il denaro raccolto: 2mila euro. «Ma dovevano essere almeno il doppio», fa notare un dirigente. Un altro suggerisce di accontentarsi così da evitare disordini: «È vero che il treno non è uno di quelli speciali, pagati da qualche ente o associazione, ma è un treno ordinario il cui biglietto è stato fatto pagare il minimo possibile, ovvero secondo la tariffa per comitive: poco più di 15 euro da Milano e circa 20 euro per chi arrivava da Genova. Ma vi sembra il caso di mandare là dentro i controllori?».
Ciò nonostante rimangono a terra in duecento. Tra le proteste dei manifestanti e dopo alcuni momenti di tensione, Trenitalia fa anticipare apposta per loro la partenza di un Interregionale. Alle 11,45, con buona pace degli sventurati pendolari, entrambi i convogli hanno lasciato la stazione.