La carica dei fan del regime Ora al Cairo è guerra civile

Il Cairo«Unite i ranghi, unite i ranghi», urla la voce al microfono dal centro della piazza Tahrir in fiamme sotto uno striscione che dice «Basta con il regime di Mubarak». Da ore il cuore del Cairo è un campo di battaglia in cui si scontrano i sostenitori del rais e i manifestanti che da giorni sono scesi in strada contro il regime. «Che Dio ci aiuti o moriremo qui!», grida nello stesso microfono una donna anziana, tra gli strilli, il rumore delle sassaiole, dei colpi di bastone sul cemento, le sirene delle ambulanze bloccate all'entrata della piazza.
Ieri mattina, migliaia di sostenitori di Hosni Mubarak si sono ritrovati lungo il Nilo e nelle strade vicino a midan Tahrir, la piazza della Liberazione, da giorni teatro del dissenso. Meno di 24 ore prima il rais aveva annunciato che sarebbe restato al potere, fino alle elezioni di settembre. Dal mattino, gruppi di uomini e donne sono arrivati nel centro della capitale cantando e ballando, ritmando slogan con i tamburelli: «L'Egitto è Mubarak e Mubarak è l'Egitto». Altri avevano striscioni o semplici fogli di carta: «Sì Mubarak». Nel primo pomeriggio, però, l'atmosfera è drammaticamente cambiata: al posto delle famiglie hanno iniziato a convergere verso il centro gruppi di uomini. Migliaia di sostenitori del regime hanno fatto irruzione nella piazza dove da giorni ci sono i manifestanti anti regime. Sono entrati nonostante i controlli dell'esercito e il servizio d'ordine civile. Sono arrivati anche con i cammelli e a cavallo, usando i frustini contro la folla.
Alcuni erano armati di bastoni e spranghe e gli scontri sono iniziati immediatamente. La discesa in campo dei sostenitori del rais fa sorgere ora in Egitto lo spettro di un conflitto intestino. Quella di ieri a midan Tahrir è stata infatti una vera battaglia La situazione è degenerata in fretta, tra sassaiole e lanci di molotov. Gli scontri sono durati ore. Internet è tornato a funzionare nel Paese da ieri mattina e su Twitter gli attivisti anti-regime raccomandavano alle famiglie di lasciare il centro.
Decine le ambulanze che sono arrivate dai ponti sul Nilo per portare via i feriti, che secondo una prima stima sarebbero almeno 1.500. Negli scontri anche 3 morti tra cui un soldato. Molti i giornalisti e gli operatori televisivi aggrediti: i corrispondenti di Cnn, Cbs e New York Times hanno detto d'essere stati attaccati da manifestanti pro Mubarak.
L’esercito, dispiegato a difesa della città da venerdì, non è intervenuto per fermare le violenze. I militari, che nei giorni scorsi erano diventati gli eroi della folla, sono rimasti all’interno dei blindati durante la battaglia: non avrebbero ricevuto nessun ordine dai vertici. Poche ore prima il portavoce dell'esercito, Ismail Etman, aveva chiesto ai manifestanti anti-regime di tornare a casa: «Siete voi a dover riportare l’Egitto alla normalità». La piazza non si era però svuotata. Domani è stato indetto uno sciopero generale. E mentre il Cairo discende nel caos, la comunità internazionale guarda all'alleato egiziano con preoccupazione: «È imperativa una transizione immediata», ha detto ieri Hillary Clinton. Il ministero degli Esteri egiziano ha rifiutato l'appello. Per ora, la transizione sembra essere lontana. L'opposizione accusa il regime di essere dietro alle violenze: «Vuole trascinare il movimento allo scontro», ha detto Wael Nawara, uno dei leader del partito al Ghad. Ieri mattina, in seguito al discorso del presidente e prima degli scontri, le opposizioni si sono incontrate nella sede del partito al Ghad, dell’ex candidato presidenziale Ayman Nour. La loro strategia è semplice: «Non ce ne andremo finché Mubarak resta al potere». Le violenze di ieri potrebbero però spaventare i manifestanti e tenerli lontani dalle proteste venerdì. Assieme alla voglia di tornare alla normalità.
Il Paese resta bloccato, molte botteghe, aziende, le banche, le scuole, gli uffici pubblici infatti sono ancora chiusi e sono tanti i commercianti che vorrebbero ricominciare a lavorare normalmente.