La carica dei "No Monti" A sinistra cresce la fronda su pensioni e licenziamenti

Da Fassina a Damiano, tra i democratici serpeggia il malcontento e l’ala massimalista più vicina alla Cgil già contesta gli "eurocrati"

La falange Pd è allineata e compatta al momento del voto al governo Monti. Ma quando arriva il rompete le righe salgono i mugugni. Pasquale Laurito, il compilatore della Velina rossa che ha stracciato la tessera, non è isolato. Altre defezioni clamorose non ce ne sono ancora sulla scia di Laurito, che paragona Monti a Badoglio, il cui governo ebbe il sostegno di Palmiro Togliatti. Ma il timore che serpeggia nel maggiore partito della sinistra è che le larghe intese provochino frane verso le posizioni più massimaliste della Cgil e di Sinistra e libertà. Il cui leader, Nichi Vendola, anche ieri ha ripetuto le critiche all’esecutivo tecnico.

Il caso più eclatante è quello di Stefano Fassina, responsabile economico Pd nominato da Pier Luigi Bersani, per il quale si parla apertamente di dimissioni dall’incarico. «Quando qualcuno mi chiederà ufficialmente di andarmene, in sede politica, risponderò. Se qualcuno metterà la faccia intorno ai pettegolezzi affronteremo il problema», ha detto ieri alla conferenza toscana del Pd. Da mesi Fassina combatte l’allineamento del partito ai diktat della Bce, ma finora nessuno nel Pd se ne lamentava dato che le indicazioni di Francoforte erano sposate dal governo Berlusconi. Ora invece criticare la Bce equivale a contestare la nuova maggioranza di governo. E gli anti-Fassina si fanno sentire. «La cura Monti è complessa e articolata e non è stata ancora completamente definita - ha aggiunto il responsabile Economia - non riteniamo che la soluzione dei nostri problemi sia facilitare i licenziamenti». Nei giorni scorsi aveva criticato il governo tecnico, «non necessariamente una soluzione migliore delle elezioni anticipate». Né è indispensabile che arrivi alla fine della legislatura. «Se verranno toccati i lavoratori e il ceto medio le tensioni saranno inevitabili», aveva minacciato.

Il fronte anti-Monti è esteso. Matteo Orfini, membro della segreteria, aveva giudicato «una provocazione» un eventuale ministero al senatore Pd Pietro Ichino, un riformista in tema di previdenza. Le sue idee sulle nuove pensioni sarebbero largamente minoritarie nel Pd. Ma non lo sono nel governo, visto che il ministro del Welfare, Elsa Fornero, è in linea con il pensiero di Ichino. Un altro dalemiano, Gianni Cuperlo, ha chiesto un vertice in tempi rapidi per ridefinire le strategie parlamentari. Vincenzo Vita ha citato il regista spagnolo Luis Bunuel: nei suoi film ognuno ci vede un po’ quello che si immagina.

Il tema più controverso è quello dell’occupazione. Il ministro del Lavoro nell’ultimo governo Prodi, Cesare Damiano, che non a caso proviene dalle file della Fiom di Torino, ha messo nero su bianco il suo dissenso. «Sulle questioni sociali è prevedibile una discussione anche aspra - ha scritto su Gli Altri - i punti di vista esistenti sono visibilmente contrastanti. Mi auguro vengano resi noti i risparmi che derivano dai pesanti tagli operati dal governo sulla previdenza. Prima di accanirsi nuovamente sui tagli sarebbe giusto evidenziare i risparmi realizzati sulle pensioni di anzianità e vecchiaia e produrne di analoghi attingendo risorse da grandi patrimoni, speculazione finanziaria, rendite e tracciabilità dei pagamenti. La posizione del Pd è un ragionevole no di fronte a proposte sbagliate che sparano nel mucchio».

C’è anche un fronte rosa aperto da un altro deputato Pd, Paola Concia, sempre sul giornale diretto da Piero Sansonetti. Scrive l’onorevole: «Se la democrazia viene messa in mora, le donne e i giovani sono i primi a pagarne le spese. Sta accadendo con il governo Monti. In un frangente così delicato le donne sono scomparse dal dibattito pubblico». Concia avrebbe voluto altre donne nel governo (Reichlin, Tinagli, Mancina, Pomodoro, Donati, Saraceno, Covre): «Brave, bravissime, competenti, ma forse troppo autonome per tranquillizzare i mercati».