La carica di quelli che vogliono essere poveri ma felici (Ma vendervi libri)

Inutile negarlo, il fenomeno del «downshifting» - vale a dire la decisione di “scendere” verso una vita più tranquilla e goduta, allontanandosi dallo stress dei consumi e del lavoro frenetico e assecondando una sorta di decrescita serena dell’Occidente - ha il suo bell’appeal. I sociologi, non soltanto i discepoli di Ivan Illich, trovano il downshifting piuttosto interessante, e gli psicanalisti, non solo i selvatici junghiani, lo guardano come una possibile strada per alleviare il disagio della civiltà. Molti artisti, poi, lo frequentano da sempre: raccoglimento interiore e libertà di calendario, ed ecco che i fiumi dell’ispirazione iniziano a scorrere. Ritroviamo un po’ di downshifting, per esempio, nell’ultimo romanzo di Houellebecq, La carta e il territorio, dove lo scrittore suggerisce alla Francia di uscire dall’Europa e di trasformarsi in una gigantesca «maison de campagne» per innamorati benestanti. L’argomento, dunque, proprio per via della sua trasversalità, non va sottovalutato.
In Italia, buon sostenitore del downshifting è Simone Perotti, già autore di Adesso basta. Lasciare il lavoro e cambiare vita (50mila copie vendute), che in questi giorni sta rinfocolando il dibattito (sulla carta stampata, in tivù e sul web) con un nuovo volume sull’argomento: Avanti tutta. Manifesto per una rivolta individuale (Chiarelettere, pagg. 208, euro 14). Se nel primo saggio Perotti raccontava quasi in diretta ciò che stava vivendo - la decisione di abbandonare il settore della comunicazione in cui lavorava da vent’anni per «fare downshifting» nell’entroterra di La Spezia, con tutti i piccoli e grandi problemi connessi a un simile cambiamento - in questa seconda puntata diventa decisamente più teorico e pamphlettista, fin dal sottotitolo: «Contro la follia delle aziende e l’inerzia dei lavoratori».
Sono pagine in cui il downshifter più famoso d’Italia risponde alla community dei suoi lettori, riprende alcune vecchie obiezioni puntualizzando il proprio punto di vista, fa i conti in tasca agli increduli che ancora dubitano sia possibile “cambiare vita” senza prima assicurarsi una rendita economica e, neanche troppo tra le righe, critica il nostro sistema di professioni. Dice la sua anche sugli imprenditori: «Sanno bene che l’ipotesi di condurre i loro affari costruendo un’azienda sana, senza debiti, che operi in modo positivo verso la comunità e gli addetti, è irreale». Oltretutto, la nostra «cultura dell’azzardo» crea problemi persino ai piccoli risparmiatori, soggiogati dal miraggio di guadagnare «più del necessario» giocando in Borsa. Per non dire, infine, della conclusione dell’economista Richard Layard riportata da Perotti: «Oltre un certo livello di reddito - una volta risolti i problemi di sopravvivenza - non c’è correlazione tra denaro e felicità. Superata una certa cifra, le due linee della felicità e del reddito aumentano in modo separato». Dunque, il downshifting sarebbe un’incruenta soluzione/reazione a tutto ciò, una più che dignitosa «via di fuga», per dirla con Henri Laborit, nonché un percorso praticabile, pure per coloro che guadagnano poco. «Il tempo passa e io continuo a non morire di fame - scrive Perotti - e a sfuggire al Sistema come posso, senza essere ricco o avere tesori nascosti, in una sorta di guerriglia permanente...». Come dire, una volta si lottava per essere ricchi, oggi per essere poveri.