Caricature sull’Olocausto: un italiano premiato in Iran

Ministro di Teheran esalta «l’odio contro la tirannia sionista»

Roberto Fabbri

C’è anche un italiano tra i premiati per la partecipazione all’assai discussa esposizione di caricature (ovviamente critiche) sull’Olocausto che si è tenuta a Teheran. Alessandro Gatto, quarantanovenne «pittore, grafico e illustratore» trevigiano non era presente alla cerimonia di premiazione, svoltasi mercoledì scorso presso il museo di arte contemporanea della capitale dell’Iran. Ma non dovrà preoccuparsi: Massud Shojai Tabatabai, presidente della «Casa della caricatura» iraniana, ha promesso che il premio speciale che la giuria ha deciso di assegnargli (un trofeo, una menzione speciale e tre monete d’oro) gli sarà recapitato in Italia.
Gatto, che affianca la produzione satirica e umoristica a quella di grafica pubblicitaria, è stato considerato degno di tanto riconoscimento per una vignetta che riproduce la giacca a strisce bianche e azzurre di un internato ebreo nei campi di concentramento nazisti: dietro quelle strisce, che formano le sbarre di una prigione, si può vedere un palestinese dall’espressione intimidita. Il messaggio è chiaro: i perseguitati di un tempo sono diventati i persecutori di oggi. E dietro Israele, nato per risarcire gli ebrei dalla spaventosa strage di massa voluta da Adolf Hitler, c’è l’ombra paradossale del nazismo.
Molte delle 220 vignette esposte a Teheran alla mostra fortemente voluta dal presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, sprezzante negatore della verità storica dello sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale e auspice della distruzione dello Stato di Israele, hanno insistito sullo stesso concetto, con svastiche e stelle di Davide variamente accostate. Altre sembravano tratte direttamente da sordide pubblicazioni di propaganda nazista degli anni Trenta come Der Stürmer, il cui direttore e gerarca hitleriano Julius Streicher finì impiccato a Norimberga: sinistri ebrei dal naso adunco armati di coltello sullo sfondo di innumerevoli teschi, sionisti con denti da vampiro intenti a succhiare sangue palestinese.
Il ministro iraniano della Cultura Mohammad Hossein Saffar-Harandi (che ovviamente si occupa anche di Orientamento islamico) ha speso durante la cerimonia di premiazione parole di elogio per gli autori di tali e tante opere d’arte, giunte da sessanta diversi Paesi. Essi, ha detto, «hanno accettato di esporsi al pericolo per far sapere al mondo la realtà», una «realtà» molto simile a quella un tempo propagandata dai nazisti tedeschi, ma in molti casi curiosamente rappresentata a Teheran equiparando gli ebrei di oggi ai loro persecutori di allora. E nessun problema, ha detto il ministro, se qualcuno criticherà il fatto che con simili iniziative si semini l’odio: anche l’odio, ha spiegato affabilmente Saffar-Harandi, può avere «una sua bellezza se viene espresso contro le azioni dei tiranni, e in particolare nel nostro tempo contro il sionismo: allora vengono espressi amore e bontà verso le vittime di tale tirannia».
Fantastico. E anche se i primi premi (quelli in dollari americani, satanici ma fruscianti) sono finiti altrove (in Marocco, Brasile e Francia, per la cronaca) come italiani possiamo essere orgogliosi che un nostro connazionale si sia meritato da cotanta giuria un premio speciale. O no?