Cariche su donne e bambini ai cancelli

Il racconto: «Ho sentito genitori giurare di non tornare più in uno stadio»

Diego Pistacchi

Ha ancora la voce roca, Daniele Muzio. «Ma non tanto per il tifo che ho fatto, quanto piuttosto per il fumo dei lacrimogeni che ho respirato», puntualizza subito al suo ritorno a Genova. Lui c’era, nella prima (seconda) di campionato, all’esordio in serie C. Lui c’era, con altre quattromila genoani. «Con tanti amici, con tante famiglie, anziani e bambini, donne», aggiunge. E con loro ha rischiato di restare travolto, picchiato, caricato. Perché? Perché la serie C va stretta al Genoa, ma anche ai suoi tifosi. Perché stadi abituati a veder arrivare due o trecento tifosi ospiti per le partite di cartello, aprono un solo cancello per farli entrare a un quarto d’ora dal fischio d’inizio. «Ma quale cancello? Era un’anta di un cancelletto», è l’ennesima precisazione di Daniele Muzio.
Sono le leggi della fisica a dire che non possono passare quattromila persone, arrivate tutte insieme per scelta della polizia, in un quarto d’ora, attraverso un varco che le costringe alla fila indiana e alla consegna del biglietto.
«Ma sulla polizia vanno fatte molte distinzioni - osserva il tifoso ancora incredulo per l’accoglienza ricevuta -. Ad esempio, poco prima di Modena hanno radunato tutti i pullman in arrivo da Genova e ci hanno scortato fino alla stadio. Un servizio giusto. Il problema è che a Ravenna ci hanno lasciato davanti a un gruppetto di 40 agenti, con manganelli e senza scudi». A scatenare il finimondo ci ha pensato l’orologio che metteva una fretta incredibile ai tifosi e quel piccolo cancelletto che sbarrava la strada. «Ci hanno tenuti tutti insieme, famiglie e ultrà. Una trentina, i soliti imbecilli, ha perso la pazienza e ha iniziato a scrollare le griglie per entrare più rapidamente - racconta Muzio -. Qui è venuta a galla l’impreparazione di chi ha organizzato la gestione dell’ordine pubblico. Di chi non è abituato a vedere tanti tifosi davanti. C’è stato l’intervento di cinque agenti, con i manganelli e senza scudi. Ovviamente si sono divuti ritirare, i loro colleghi allora hanno caricato, hanno sparato un lacrimogeno in aria, poi tutti gli altri ad altezza d’uomo».
In mezzo, le donne, i bambini, gli anziani. Che nessuno aveva cercato di separare dalle frange eventualmente più pericolose. Una campagna mediatica anche esagerata aveva probabilmente fatto temere un’invasione poco pacifica di genoani a Ravenna, così come avverrà negli altri micro-stadi della serie C, e la tensione domenica pomeriggio era più alta di quello che la situazione avrebbe dovuto richiedere. La stessa polizia è intervenuta quasi preventivamente, al minimo campanello d’allarme, finendo per creare la calca e quegli scontri dai quali per fortuna nessuno è uscito ferito in modo serio. «Ho visto però accanto a me un bambino di 7 anni, con il papà e la mamma che piangeva per lo spavento e per i lacrimogeni, aveva gli occhi arrossati e la gola che bruciava - conclude Daniele Muzio -. I genitori giuravano di non voler più tornare a una partita di calcio». Colpa di una trentina di esagitati, ma soprattutto di una situazione assurda: il Genoa in serie C.