Carisma senza show

C’è chi ha affermato che se Giovanni Paolo II era un Papa da prima serata, Benedetto XVI è un Papa da seconda serata. Comunicativo il primo, timido e freddo il secondo. In una società abituata a misurare tutto in termini di immagine anche il successore di Pietro viene sottoposto ai criteri dell’audience. Non sono mancati i paragoni, in questi giorni, tra il «globetrotter di Dio» trascinatore di folle, e «l’umile lavoratore nella vigna del Signore» che a settantotto anni si è ritrovato sul trono papale dopo aver trascorso gran parte della sua vita tra i libri.
Eppure a ben guardare ciò che è accaduto in questi giorni a Colonia, si può affermare che Papa Ratzinger ha superato la non facile prova del suo primo viaggio internazionale. È stato se stesso, sorridente e sensibile, ma sempre misurato. Sembrava talvolta voler quasi scomparire di fronte all’entusiasmo della gente, di fronte al muro umano di ragazzi che si protendevano per salutarlo. È stato se stesso, prediligendo la parola e la riflessione al gesto teatrale, il contenuto rispetto all’esteriorità. Il suo contatto con i giovani della Gmg non è stato certo aiutato dall’organizzazione, che a dispetto della fama teutonica è stata disastrosa e ha tra l’altro impedito al Pontefice di percorrere la grande spiana di Marienfeld facendosi vedere almeno per un istante da chi era distantissimo dall’altare. Non era mai accaduto con Wojtyla, se non a Manila nel 1995 (ma allora i partecipanti erano cinque milioni), e questa è una piccola ombra destinata a pesare sulla Giornata.
L’atteggiamento misurato dell’anziano Papa tedesco, al di là delle responsabilità dell’organizzazione, ha però reso visibile un messaggio al quale Ratzinger tiene molto e che ha già ripetuto più volte: il vescovo di Roma non deve far risplendere la propria luce, non deve essere il protagonista, ma far risplendere la luce di Colui del quale è il vicario. Raccontava a proposito degli applausi Papa Luciani: «L’asino che portava Gesù all’ingresso trionfale in Gerusalemme come poteva pensare che le acclamazioni e i battimani fossero per lui e non per colui che portava sulla groppa?».
L’introduzione dell’adorazione eucaristica nella veglia finale, l’attenzione alla liturgia ben celebrata, sono piccoli grandi segni di questa direzione intrapresa e che i giovani hanno mostrato di capire e di condividere.
Benedetto XVI è stato se stesso anche e soprattutto nella parola. Non ha censurato le differenze. Ha invitato cristiani ed ebrei a un dialogo teologico comune, ha condannato senza mezzi termini ogni forma di terrorismo e l’abuso del nome di Dio che viene fatto da chi giustifica religiosamente la violenza. Ha ribadito il suo «no» allo scontro di civiltà, invitando l’islam a un comune impegno contro l’intolleranza. Ha parlato ai «fratelli separati» delle altre confessioni cristiane senza omettere che ciò che la Chiesa cattolica crede e senza preoccuparsi di concedere l’indulgenza plenaria per una Gmg tutta incentrata sull’adorazione eucaristica proprio nel Paese di Martin Lutero.
Ha saputo parlare al cuore dei giovani con parole dense ed essenziali, invitandoli a cercare la risposta alle loro domande nel volto del bambino di Betlemme e chiedendo loro di camminare nella Chiesa, nonostante i difetti di tanti suoi esponenti.
Non ci sono state trovate o gesti spettacolari, come spesso accadeva nei viaggi di Giovanni Paolo II prima dell’aggravarsi della malattia. Non è detto però che la riuscita di un raduno religioso debba essere misurata solo sulla base delle inquadrature spettacolari di una telecamera.