Il carismatico Carlinhos Brown porta il Brasile al Filaforum

Il percussionista è showman di lusso del tutto refrattario alle etichette

Luca Testoni

Léo Bit Bit, Boghan Costa, Marquinhos, Élber e Dedé Reis alle percussioni. Bilú do Paraíso (tromba), Alex Batista (trombone), Rodrigo Galvão e Rainer Kruppe (sassofoni) ai fiati. E, ancora, Jaguar alla chitarra, Toni Duarte al basso, Mikael Mutti alle tastiere, unitamente ad Ana Oliveira e Paulo Caldas (cori).
Quando si esibisce dal vivo, come nel caso di questa sera al Festival LatinoAmericando nell'area del FilaForum di Assago (ore 21.30, ingresso 10 euro), Carlinhos Brown, classe 1962, personaggio tra i più carismatici e imprevedibili dalla scena musicale brasiliana odierna, non si fa mancare nulla.
Bahiano doc (a Salvador de Bahia ha lo studio di registrazione; l'etichetta personale che promuove i ritmi figli dell'Africa arrivati in Brasile con gli schiavi; così come un frequentato locale...), il vulcanico Carlinhos Brown (ma si chiama in realtà Antonio Carlos Santos Freitas, in omaggio al «padrino del soul» James Brown) è una vera e propria forza della natura, che sprigiona genialità, creatività e idee (talvolta anche radicali) in punta di tamburo.
Ottimo percussionista e showman di razza, il creatore del progetto Timbalada (la sterminata band di sole percussioni - 120 persone in tutto - che allieta le giornate di Candeal Pequeno, la comunità nativa del nostro, uno dei quartieri più poveri di Salvador) è musicista tanto prolifico quanto del tutto refrattario alle etichette. Lo conferma la sua alquanto schizofrenica discografia personale, che ha i suoi fiori all'occhiello in tre album: Alfagamabetizado del '97, Omelete Man del '99 e Carlito Marrón del 2003 (con il quale si è aggiudicato il Grammy latino come miglior album di pop brasiliano).
E lo ribadisce, una volta di più, il suo "operare trasversale" in tema di collaborazioni: da Caetano Veloso, Gilberto Gil e Joao Gilberto al nostro Jovanotti; da Daniela Mercury ai Sepultura; da Bebel Gilberto agli amici Marisa Monte e Arnaldo Antunes. Proprio con questi ultimi - detto per inciso - ha dato vita alla fortunata esperienza targata Tribalistas, il trio che ha sbancato le classifiche di mezzo mondo con la sottile cantilena di Já Sei Namorar, delicata hit-tormentone di un paio di estati fa.
Il live? Carlinhos Brown, con l'abituale look a metà tra il divo hollywoodiano e il sacerdote del candomblé (simil-religione brasiliana che mescola il culto cristiano e quello pagano) ama scatenarsi, cantando e "aggredendo" con furore selvaggio la sua musica, cocktail di samba brasiliano e soul nero-americano (con l'aggiunta, qua e là, tanto per rendere più appetibile il tutto, di pop e di qualche spezia latina, araba e centroafricana). Inutile sottolineare come il meglio venga quando i tamburi diventano l'incontrastato centro di gravità permanente dell'intera architettura musicale e ritmica dello show: energia allo stato puro.