Carissime donne, non vi stancate di essere un «noi»?

Io, se fossi donna, mi offenderei ogni volta che una donna apre bocca in nome delle donne, perché non c’è niente di più offensivo dell’essere ridotte a una categoria, a un sindacato della psiche, a una quota rosa, a una specie animale. Come se essere una donna non significasse avere un cervello proprio ma averne uno per tutte. Come essere pinguini, o formiche, o zanzare. Noi pinguini, noi formiche, noi zanzare, noi Veltroni, e noi donne. Secondo questo principio femminista ogni uomo ha un cervello unico, mentre le donne hanno un unico cervello, quello delle donne. Come nel Rubygate: non più l’utero è mio e me lo gestisco io, ma l’utero è mio e te lo gestisco io, perché sei donna.
Ma siccome Berlusconi non è più al governo le donne che parlano a nome delle donne devono inventarsi qualcos’altro, e passano le loro inutili giornate a capire cosa può essere offensivo per le donne, e adesso ti vogliono perfino dire cosa devi leggere. Qualche mese fa un’inchiesta americana diceva che alle donne piace essere sessualmente dominate? Arrivano le donne italiane per dire no, noi donne non dobbiamo voler essere sessualmente dominate, e la Stancanelli su Repubblica «quando diventeremo padrone?». Senza sapere che le padrone esistono già, si chiamano mistress, sono una fantasia maschile, e costano care. Un lusso, essere picchiati dalle donne, ci vorrebbe uno Slave Pride, altroché. Invece all’inchiesta americana veniva invocata, a nome delle donne, la rivista di fantasie femminili di Melissa P, che si chiama Dita, tanto per mettere le cose in chiaro sullo spirito da fai da te del nuovo femminismo eterofobo. Sai che palle. Come una rivista di erotismo maschile che si chiamasse Mano.
Sembrava finita lì e invece proprio in questi giorni Mondadori pubblica un bestseller mondiale, un romanzo sadomaso che si intitola Cinquanta sfumature di grigio. L’ha scritto una donna, E.L. James, e il romanzo non avrebbe niente di speciale se non fosse piaciuto molto alle donne. Apriti cielo, apriti utero, e subito intervengono le donne a nome delle altre donne alle quali è piaciuto il libro per dire che fa schifo, perché offende le donne. Con la solita Barbara Alberti: «Forse è arrivato il momento della legittimazione del nostro masochismo». Eccola lì, dice «nostro» in quanto lei è una donna che parla per le donne. Insomma, io se un altro uomo pretendesse di parlare per me «in quanto uomo», o dirmi cosa devo leggere, o con chi devo andare a letto, farei spallucce e l’unica cosa che mi verrebbe in mente di dirgli è di farsi i cazzi suoi. Ah no, pardon, mi dimentico sempre che un’altra recente inchiesta femminista di donne dell’Accademia della Crusca ha stabilito, a nome delle donne, che il linguaggio è maschilista, quindi non si può più neppure dire cazzo, cazzo.
Commenti

Nadia Vouch

Ven, 06/07/2012 - 23:32

Non è che le donne siano degli ammassi cerebrali indistinti, anche se a degli ammassi di uomini piace credere sia così. E comunque non è una novità che più di qualcuno usi il "noi" per indicare se stesso come parte di qualcosa di articolato, di complesso, in certi casi quale segno di maestosa esclusività. Dirne male rende indifferenziato chi ne sparla, non chi ci si veste.