Il carissimo compleanno della Turco

Mercoledì scorso l’intera pagina 30 della Repubblica era riservata al volto di una giovanissima infermiera dai pomelli vermigli di fard, una faccia da schiaffi contratta nel più innaturale dei sorrisi, la crestina col simbolo della Croce rossa a coprire la frangetta, insomma L’infermiera nella corsia dei militari starring Alvaro Vitali. Si trattava di una pubblicità del ministero della Salute. «Pane, amore e sanità», recitava l’headline. Mancava solo la fantasia. Dell’inserzione desichiana non v’era traccia negli altri quotidiani nazionali. La lacuna è stata colmata ieri sul Giornale (si ringrazia sentitamente) e, presumo, a turno ciascun organo d’informazione verrà beneficato in ossequio alla par condicio. Non è finita: «affissioni e pubblicità dinamiche saranno presenti su tutto il territorio italiano», assicura il predetto ministero.
Al lettore viene spontaneo interrogarsi su quale possa essere lo scopo di una siffatta pubblicità. La spiegazione è in un bollino rosso, 17 millimetri di diametro, che compare in fondo alla pagina: «1978-2008 - 30 anni di Servizio sanitario nazionale - Più salute per tutti». Lo slogan non mi suona nuovo. Un marchio microscopico, 6 millimetri di larghezza, attribuisce la paternità del rivoluzionario annuncio: «Lasterpaia Olivierotoscani».
Si potrebbe qui discutere a lungo sull’opportunità di affidare una campagna incentrata sul benessere psicofisico dei cittadini a un creativo che in questi giorni è riuscito ancora una volta a far parlare e sparlare di sé per aver reclamizzato un’azienda d’abbigliamento utilizzando le foto di una anoressica ridotta a pelle e ossa e di una piccina in costume da bagno con un neonato nudo adagiato fra le gambe (quest’ultima censurata dal Giurì di autodisciplina pubblicitaria perché «enfatizza nella bambina un’innaturale e impropria sessualità che la rende possibile oggetto sessuale»). Si potrebbe anche pretendere che il ministro Livia Turco precisi se la campagna dell’infermiera allegra è stata affidata a Oliviero Toscani dopo una regolare gara d’appalto che ha coinvolto altre agenzie oppure per chiamata diretta, magari in virtù del fatto che La Sterpaia «è un laboratorio nato come factory etica, una moderna bottega dell’arte della comunicazione che produce innovazione culturale», il cui metodo «è quello dell’imparare facendo, secondo la metodologia del “Workshop”, comune alla bottega d’arte rinascimentale e all’esperienza del Bauhaus» (me’ cojoni, direbbero a Roma).
Ma appare qui molto più urgente stabilire quale utilità pratica abbia per pazienti, medici e infermieri un dispendiosissimo battage teso unicamente a ricordare che il Servizio sanitario nazionale è nato insieme con Gesù Bambino l’antivigilia di Natale del 1978, ostetrica Tina Anselmi, e conseguentemente compirà 30 anni, pensa un po’, nel 2008. Forse che i primi s’ammaleranno più volentieri nella fausta ricorrenza, fiduciosi d’essere meglio curati dai secondi?
Capirei se il ministero della Salute avesse reso edotte le nuove generazioni, con inserzioni a pagamento, circa i gravi rischi che comportano le malattie sessualmente trasmissibili o pratiche demenziali come il piercing e il tattoo o se avesse messo in guardia la popolazione dal massiccio ritorno della Tbc, che invece viene occultato nelle statistiche ufficiali, mediante la derubricazione dei casi di tubercolosi a generiche polmoniti virali, per non destare allarmismo. Ma poiché una pagina a colori della Repubblica viene di listino 151.000 euro più Iva (immagino che quella del Corriere costi anche di più, mentre sugli altri mezzi qualcosa si risparmia), è lecito chiedersi se questo cospicuo investimento per il trentennale del Servizio sanitario nazionale abbia un qualche ritorno.
No, non ce l’ha. O, meglio, l’unico che sembra avere è quello di consentire a Livia Turco di farsi bella, un desiderio molto umano e, nel caso di specie, anche comprensibile. «La campagna ha risposto alla precisa richiesta del ministro di rappresentare la bella sanità», ha infatti dichiarato Toscani, che di suo ci ha aggiunto un teorema copernicano: «La bella sanità è non ammalarsi». Il sito del ministero conferma: «I 30 anni del Servizio sanitario nazionale. Al via la Campagna sulla bella sanità». Per la verità, durante la conferenza stampa di presentazione a Palazzo Chigi, presente il premier Romano Prodi, la Turco ha parlato invece di campagna per la «buona sanità». A me pare fin d’ora certo che questa è demagogia bella e buona, retorica per allocchi, giacché i due aggettivi non sono sinonimi: una cosa bella può essere profondamente cattiva, mentre una cosa buona non può mai essere intrinsecamente cattiva. Dunque la sanità italiana è bella o è buona? Mistero al ministero. Non lo sanno. Si mettano d’accordo, prima di parlare.
L’operazione per rivalutare l’immagine del Servizio sanitario nazionale alla fine della fiera sarà costata al contribuente la bellezza di un milione e mezzo di euro. Secondo il ministro Turco, è «un dovere civico» verso gli operatori sanitari, per «non farli sentire soli dalla retorica pubblica» (sic, agenzia Ansa). Ma si rende conto che uno specializzando guadagna sui 900 euro al mese, meno di un operaio, e deve destinare un intero stipendio alle annuali tasse universitarie? Le hanno spiegato che i fili da sutura ormai vengono scelti non in ragione della loro qualità, come sarebbe auspicabile visto che ci vanno di mezzo vite umane, bensì in base al prezzo? Venga a visitare la clinica maxillo-facciale, una delle più avanzate d’Italia, della mia città. Scoprirà che il personale medico e paramedico dalle 16 in poi non è più stipendiato, per cui regala allo Stato il lavoro straordinario come se fosse volontariato; vedrà dottoresse costrette a fare da sole perché negli ambulatori in cui si applicano gli apparecchi ortodontici ai bambini non ci sono più infermieri a disposizione. Idem in microbiologia: le dottoresse devono provvedere di persona ai prelievi cutanei. Visiti la radiologia, efficientissima, dove però Tac ormai preistoriche restano rotte per mesi a causa della cronica carenza di fondi. E stiamo parlando del Nord progredito. Figurarsi quale conforto potrà arrecare l’immagine dell’ilare infermierina alle regioni del Sud.
Eppure sulla Repubblica di mercoledì scorso, proprio a ridosso dell’inserzione ministeriale, un invelenito Curzio Maltese, anziché occuparsi di questo discutibile impiego del denaro pubblico, era tutto preso a fare i conti in tasca alla Chiesa cattolica sulla destinazione dell’8 per mille. Sarà anche vero, come egli ha scritto in una lenzuolata di due pagine, che la Conferenza episcopale italiana ha speso 9 milioni di euro per la campagna pubblicitaria della Saatchi & Saatchi tesa a sollecitare l’annuale oblazione e poi però ha destinato appena 3 milioni di euro alle vittime dello tsunami. In ogni caso quegli spot almeno a qualcosa sono serviti: a fare un po’ di carità. E comunque la firma del contribuente in calce al modello Unico è un’opzione facoltativa. Ma i soldi delle tasse, i nostri soldi, che la Turco destina d’ufficio alla Repubblica di un Maltese e ai Toscani di turno, come dobbiamo considerarli? Solidarietà fra Stati? O trasferimenti alle Regioni?

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it