Carlo Conti: "L’Eredità è tutta mia"

Con quella di stasera, il conduttore dell'Eredità festeggia le sue mille puntate

Roma«Se smetti di piangere e mangi la pappa, ti faccio vedere Carlo Conti». E il pupo di tre anni la pianta all'istante di frignare, e vuota lesto il piatto. Potenza della popolarità catodica. «È successo ad una mia fan, lo giuro - ride Carlo Conti - Me l’ha raccontato lei, incontrandomi per strada. Il che mi conferma il segreto del successo di questo programma. Essere diventato uno di casa. Come un parente in visita; un ospite nel salotto buono». E non è un caso che stasera L’Eredità tocchi il traguardo delle mille puntate. Oltre ad aver battuto tutti i record di resistenza ed ascolto (5500 concorrenti, 40mila domande, oltre 8 milioni di euro distribuiti, 998 puntate vinte su 1000), il «parente» più seguito della fascia preserale, piace proprio perché ha la sua faccia. Quella di un conduttore che, dopo 15 anni di carriera, può ormai ritenersi parte della «famiglia» della tv. «Cioè di quel gruppo di conduttori che, come Frizzi, la Carlucci o la Clerici - spiega - hanno instaurato col pubblico un rapporto confidenziale, positivo, rassicurante. Lo stesso che nasce fra parenti, insomma».
Soddisfatto di queste mille puntate?
«Enormemente. Il preserale è la fascia oraria che ti dà la vera popolarità. Entri tutti i giorni all’ora di cena nelle case degli italiani. A quel punto, o gli blocchi la digestione o t'invitano a tavola. E io sono loro ospite da quattro anni».
Cinque edizioni, cinquemila puntate, in onda sette giorni su sette... ma non s'annoia mai?
«Al contrario. Evito il rischio routine innanzitutto grazie ai concorrenti, che sono un campionario di varia umanità, uno spaccato fedelissimo del cuore degli italiani. E poi aggiustando ogni tanto la fisionomia del programma, variandone giochi e impostazione. La prova che dopo tanto tempo nessuno di noi s'è rotto le scatole? Mai un litigio nel nostro gruppo di lavoro; neppure un'insofferenza. Non si andrebbe tanto d’accordo, se le cose non funzionassero più che bene».
Incidenti di percorso?
«Neppure uno. Ah, si... una volta, nel fare una domanda, anticipai la risposta. Ma non mi è mai più successo».
Il concorrente più colto?
«Un camionista autodidatta. Leggeva e studiava durante le soste agli autogrill. Sapeva tutto».
La categoria più ignorante?
«Quella dei giovani. Su materie da scuola elementare, tipo storia o geografia, sento svarioni da matita rossa. Ed uso un eufemismo».
I più simpatici?
«Quelli che si fanno travolgere dall'emozione. E sì che, oltre la cultura generale, ne testiamo anche prontezza e disinvoltura. Eppure una volta un signore, all'affermazione lo “spigolo è il marito della spigola", rispose “È vero».
Ci saranno poi anche quelli con più faccia tosta che conoscenza.
«Ah, si, si: come il signore che giurava di conoscere benissimo "l'urlo di Munch", dipinto da Van Gogh».
Ma lei alle stesse domande saprebbe rispondere? E non le viene mai la tentazione di aiutare qualcuno?
«Conosco già tutte le risposte perché, essendo fra gli autori, molte domande le invento io. Ma sono invariabilmente le più facili. Quanto a possibili "aiutini" no, mai. E' una questione di serietà, di rigore».
Però almeno per qualcuno parteggerà. Magari senza farsene accorgere.
«In cuor mio ho esultato alla vittoria di una signora cui i soldi servivano per far operare il figlio in America. E ho esultato ancor più quando un signore, antipaticissimo e snob, ha perso tutto. Ma solo in cuor mio».
Il gioco più amato de «L'eredità» è «la ghigliottina». Ormai un cult, con fan illustri.
«Sì: hanno pubblicamente dichiarato di non perdersene una Umberto Eco, Raffaella Carrà, Roberto Benigni, Mariangela Melato, Padoa Schioppa. Fiorello mi manda le risposte via sms. Pieraccioni lo stesso, ma sono insulti, perché non le azzecca mai».