Carlo Delle Piane: «I bambini mi hanno cambiato»

L’attore pubblica un cd di canzoni e testi autobiografici il cui ricavato andrà in beneficenza

Cinzia Romani

da Roma

Da misantropo a filantropo, solo andata. Perché da quando ha scoperto il gusto della prossimità al prossimo, Carlo Delle Piane, il noto attore classe 1936, che con Pupi Avati si è preso notevoli soddisfazioni professionali, ha messo un punto fermo. Né ritorna sui suoi passi di scorbutico maniacale, con la fissa di non stringere la mano ad alcuno per paura dei germi, sì, ma pure del più fugace contatto umano. Oggi «Pecorino», nel 1986 miglior attore alla Mostra di Venezia con Regalo di Natale di Pupi Avati, che tre anni prima l’aveva lanciato come il professor Balla in Una gita scolastica, abita il mondo dell’espansività. E, con sincera gentilezza, ti stringe le mani, sebbene dopo corra ancora a lavarsi, secondo gli insegnamenti di mamma Olga. «Sono stati i bambini a operare questo cambiamento», dice l’interprete romano, pronto a cantare «Quanti piccoli Cristi/ senza neanche una croce/ Senza nemmeno una Pasqua/ Per risorgere in pace» nel suo cd intitolato, appunto, Bambini (arrangiamenti di Bizzarri&Marcucci). «Avevo voglia di cantare: sono un discreto conoscitore di musica e il blues, che è la mia fonte emozionale, mi ha fatto conoscere Avati», spiega Delle Piane, rimpannucciato in un completo color melone, croce e santino appesi alla catenina d’oro che porta al collo. In realtà, le cinque canzoni da lui interpretate con lo swing musicale di Nicola Arigliano e l’ironia del fine dicitore alla Petrolini, si alternano a cinque confessioni-intervista. Nell’album, insomma (disponibile da oggi), Carlo si racconta, in parole e in musica. E lo fa a fin di bene: i proventi della vendita di Bambini andranno all’associazione «Kanimambo», che realizza scuole, pozzi e ambulatori per i bambini del Mozambico, dove sopravvivere è una scommessa.
«Nel 1990 ho adottato, a distanza, una bambina del Bangladesh, tramite la Caritas di Parma. Questa bimba, che ho portato fino alla laurea, mi scriveva letterine affettuose e così, piano piano, dentro di me nasceva la voglia di aiutare altre piccole in difficoltà. Ora ho figlie adottate a distanza in Etiopia, in Colombia e in Brasile», confessa l’attore, che al mattino, dopo aver fatto colazione, nella sua casa al quartiere Trieste, si piazza davanti alle foto delle figliocce e le saluta, in un personale rito domestico, chiamandole per nome. «Per le mie canzoni cercavo testi-verità, non fiabe. Volevo parlare dei bambini-soldato, per esempio», puntualizza lui, rammaricandosi, perché dietro l’angolo l’immarcescibile Raffaella Carrà è lesta a rubargli la scena, quanto a iniziative benefiche. «Domenica sarò ospite di Pippo Baudo: aiutatemi ad aiutare i bambini», dice l’attore, che qui canta la beffarda Kilometri, alludendo ai chilometri di donne che avrebbe seminato per via... «Sono brutto, lo so. Da ragazzino si giravano a guardarmi e pensavo fosse per l’aspetto fisico». O magari, qualcuno, per le vie di Trastevere, dov’è nato, lo riconosceva. «Non mi piaceva studiare e quando in prima media arrivarono in classe tre personaggi e m’indicarono perché colpiti dalla mia faccia, pensai si trattasse degli ispettori scolastici. Invece, mi presero per il film Cuore di Vittorio De Sica. A Cinecittà ci andavo in tram, accompagnato da mio padre Francesco, che faceva il sarto. E pure l’attore, visto che per intenerire i suoi clienti si fasciava la mano, o fingeva di zoppicare, così quelli non lo lasciavano», racconta Carlo, rievocando i suoi giochi infantili: ruzzica, bazzica, mazzarocca.
Delle Piane, però, non sorprende soltanto perché ha abbandonato le terre fredde dell’asocialità, ma anche perché vuole ri-debuttare dietro la macchina da presa (il suo primo film da regista, Ti amo, Maria è uscito il 17 agosto del ’96). E c’entrano ancora i bambini. Stavolta quelli dei suoi fratelli. «Ho due fratelli sposati, che mi hanno dato tre nipoti, ormai grandi: Daniele, Francesca e Michele. Li ho visti nascere, ma non me ne sono mai occupato. Mai presi in braccio. Mai coccolati. Mi pento di aver evitato il contatto fisico con loro, così ora voglio riparare. Ho scritto la sceneggiatura d’un film nel film, tessuto di flash-back familiari. L’azione si svolge da un sabato a un lunedì e parlerà di ricordi e rimproveri. Spero che i fratelli Antonio e Pupi Avati vogliano produrlo, magari dandomi sei settimane per girare e attori bravissimi». Pasqua non è lontana e miracolo più, miracolo meno, tutto è possibile.