Carlo Delle Piane

da Roma

Un inchino. Niente stretta di mano. Niente contatto fisico. Siamo fuori da un albergo per i saluti finali. «Vede, io abito lì, a cinquanta metri. Quando voglio fare un po’ di vacanza, mi sposto qui all’hotel. C’è una buona aria condizionata...». Anche a lui scappa da ridere. Non ci può fare niente. Difficile cambiare a 75 anni. «Anche quando andiamo a cena scegliamo i soliti ristoranti, dove già ci conoscono. Io mangio sempre le solite cose. E poi è importante che ci sia un bagno pulito e spazioso».
Schivo, fobico, maniacale, camicia bianca e scarpe da tennis di tela, seduto sopra un giornale che lo protegge (?) dal contatto con la sedia, Carlo Delle Piane sta trincerato in un reticolo di riti e precauzioni iperigieniste. È così da quando si risvegliò dopo un mese di coma causato da un incidente automobilistico nel ’73. Scosso dall’ennesimo rimbrotto di Aldo Fabrizi («Carlè, ma quanto cazzo dormi?») balzò sul letto dell’ospedale e poi pian piano ricominciò una vita «normale», tornando all’infanzia e alla madre Olga «casalinga, allergica a qualsiasi contatto fisico, una donna che viveva perennemente con lo straccio per spolverare in mano». Il padre Francesco, sarto in casa, sempre oberato di lavoro per mantenere tre figli maschi, era un istrione che inventava strani infortuni per giustificare i ritardi nella consegna degli abiti. Da chi abbia preso talenti e manie l’attore più timido e riservato del cinema italiano lo si capisce subito leggendo Signore e signori, Carlo Delle Piane, biografia appena pubblicata e scritta con Massimo Consorti (ed. Testepiene, pagg. 255, euro 22).
«Mi rendo conto, sono manie insopportabili di cui mi rimprovero. Per fortuna che adesso c’è lei, Anna \, grande amica e donna paziente. È stata lei a convincermi a pubblicare la biografia. Con lei vicino qualche fobia si smorza. Ma non abbastanza. Anche quando partecipo a qualche appuntamento pubblico divento scontroso, il mio è uno slalom continuo per evitare il contatto fisico con i fan. Però i giovani, soprattutto, hanno capito che sono leale. Sanno che non frequento i salotti e la mondanità. E che faccio sempre scelte di qualità. Infatti non lavoro da cinque-sei anni, dal film Ticket con Ermanno Olmi, e poi da Nessun messaggio in segreteria di Paolo Genovese e Luca Miniero. Certo, mi arrivano proposte. Ma ho troppo rispetto per questo lavoro. E per il pubblico. Perciò mi trovo costretto a declinare, com’è successo con un paio di cinepanettoni. Ma queste rinunce non sono un gran dolore. La sto annoiando? Si raccontano sempre le stesse cose nelle interviste... Cosa vuole, sono fatto alla mia maniera. Molti anni fa venne a Roma Jean Jacques Annaud. Voleva a tutti i costi darmi la parte di un frate in Il nome della rosa. Ma io non sapevo, e non so, una parola d’inglese. “Ti metto a disposizione un insegnante per uno o due mesi. Quella parte è tua, pensaci stanotte e domani mi rispondi” disse. Ma dopo una notte in bianco declinai, non potevo imparare a memoria delle battute senza capire ciò che mi dicevano gli altri. Non è il mio modo di lavorare. Non aver imparato l’inglese è uno dei miei tanti crucci. Non ho potuto accompagnare alcuni film che in America erano piaciuti, come Una gita scolastica o Regalo di Natale. Il professor Carlo Balla e l’avvocato Santelia sono le due parti che mi sono rimaste più addosso. Pupi dice che il professore è superiore. Magari è vero perché era una figura che rischiava di cadere nel patetico. Ma anche il baro di Regalo di Natale non era facile, un personaggio doppio, che nasconde un’identità complessa. Uno che al ristorante dice “so che qui si mangia bene” e poi ordina patate lesse. Per quella parte ho vinto il Leone d’oro. Chi se l’aspettava, era un film corale. Tutti credevano vincesse Walter Chiari per Romance. Anche lui, che aveva già brindato in anticipo. Però, quando ci siamo visti all’Excelsior mi ha abbracciato. Ci avevo lavorato insieme. Ho lavorato con tanti grandi del cinema. Totò e De Sica, mio padre inconsapevole. Poi Fabrizi, un vero amico: grande attore e uomo schietto e sincero. Poi c’è stata la stagione dei musicarelli con Claudio Villa, e delle commedie scollacciate con la Fenech, Alvaro Vitali e Renzo Montagnani. Io non ho fatto l’Accademia d’arte drammatica. Frequentavo le sale d’essai. Per tre anni, dalle due del pomeriggio a notte fonda. Lì ho incontrato Antonio Avati. È stato lui a impormi a suo fratello per una parte in Tutti defunti... tranne i morti con Cavina. Con Pupi è arrivata la consacrazione, cinema e tv. Abbiamo tante cose in comune, il jazz... Ho migliaia di 33 giri, sa? Tutti vinili. No, i cd non li amo. Vuole mettere, le copertine di cartone, quei dischi neri... Come dice? Certo, li tocco; con tutte le precauzioni, e poi sono oggetti miei. Al cinema adesso vado poco. Mi è piaciuto molto Into the Wild di Sean Penn. Mi piace Coppola, uno dei miei preferiti è il personaggio di Gene Hackman ne La conversazione. Sì, un po’ misantropo. Poi mi piacciono i film di Eastwood, Gran Torino, anche lui quando recita, sempre per sottrazione. Gli italiani? Li conosco grazie ad Anna, che mi sollecita, mi dà voglia di vivere. Ho visto i film di Soldini, Marco Tullio Giordana, Bellocchio. Li ho anche incontrati. Ho detto: eccomi, sono qua. Ma finora nessuno si è fatto vivo. Però, non c’è fretta. Le dispiace se esco un attimo a fumare una sigaretta?».