Carlo e Federico, rivoluzione cardinale

Esposti quadri, pale d’altare e oggetti sacri dal 1560 al 1631

Ferdinando Maffioli

Il primo impatto con la mostra - la ricostruzione dell’altare di San Carlo in Duomo realizzata dal Piccolo Teatro - ne è anche un’importante lettura simbolica. Nella penombra scenografica appare una tavola che, orfana di qualsiasi orpello, esalta, nella purezza della sua forma, l’ostensorio che sostiene. In questo modo è solo la teca con l’Ostia consacrata a dominare l’altare. Perché solo quel «vetro», che troneggia con la presenza reale di Gesù, deve catturare e concentrare, come un raggio laser, la luce devozionale dei fedeli. Questa era la lezione tridentina, questa la rivoluzione liturgica che San Carlo porta nella diocesi ambrosiana.
E questa è la lettura che fa da tessuto connettivo alla mostra «Carlo e Federico. La luce dei Borromeo nella Milano spagnola», che l’arcivescovo Tettamanzi ha inaugurato l’altra sera al Museo Diocesano. Un allestimento con un’ottantina di opere - grandi quadri, pale d’altare, arredi, prodotti di oreficerie - importanti per delineare le coordinate storiche, artistiche, ecclesiali e civili dell’età borromaica. Un periodo che inizia il 7 febbraio 1560, quando Pio IV nomina il ventunenne nipote Carlo, non ancora prete, amministratore dell’Arcidiocesi ambrosiana, e si conclude con la morte di Federico nel 1631. Poco più di 70 anni (con l’intermezzo dell’episcopato di Gaspare Visconti, 1584-1595) in cui giganteggiano queste due figure chiave della storia religiosa e civile milanese. Una, il Santo, con indeclinabile zelo riformatore della liturgia e dei costumi, oltre a illimitata carità verso il popolo, l’altra, il fondatore della Biblioteca Ambrosiana, con un’azione pastorale e culturale che spingerà Manzoni a esaltarne il carisma nel capitolo XXII dei Promessi sposi.
E non a caso la mostra su Carlo e Federico segue quella su altri due «testimoni eccellenti», Ambrogio e Agostino, rassegna che il museo di corso di Porta Ticinese ha chiuso l’anno scorso: «Perché proprio questo è il compito del Diocesano: mettere in evidenza i punti di forza della pastorale liturgica, devozionale e anche della vita civile, con il patrimonio d’arte e con i grandi personaggi legati alla vita della Chiesa», ha detto monsignor Luigi Crivelli, presidente della Fondazione, la Sant’Ambrogio, che gestisce il museo. La mostra è divisa in tre sezioni. L’altare del Piccolo Teatro apre l’«Età di san Carlo 1566-1584», quella in cui gli artisti - da Fede Galizia a Camillo Procaccini, da Giulio Campi a Paolo Lomazzo - si fanno interpreti delle indicazioni di Carlo in materia di arte sacra, un’arte che deve porsi in rapporto con la liturgia e incentivare la devozione.
Le opere di Tanzio da Varallo (con lo splendido «San Carlo comunica gli appestati» del 1616), Giuseppe Vermiglio e Giovanni Serodine, si susseguono nella seconda sezione affrontando, in una «dialettica di luci e ombre», il rapporto tra l’arte lombarda d’inizio Seicento e i riflessi romani della pittura di Caravaggio, «l’artista che - per Paolo Biscottini, curatore della mostra e direttore del Diocesano - più ha concretizzato la riforma di San Carlo».
Nell’ultima parte, «L’età di Federico», svettano due straordinari lavori: «Carlo Borromeo adora il Cristo morto di Varallo» del Cerano, eccezionale prestito del museo del Prado, e «Il digiuno di San Carlo» di Daniele Crespi, che i milanesi hanno solitamente «in casa», ovvero nella chiesa di Santa Maria della Passione. Dipinti che ben illustrano la svolta rivoluzionaria impressa dagli artisti della Diocesi ambrosiana, cui si legò la nascità di nuove iconografie legate alla vita, ai miracoli e alla glorificazione di San Carlo: «Operazione d’immagine», diremmo oggi, di cui il geniale stratega fu proprio il cardinal Federico.