Il Carlo Felice e i personaggi in cerca di una parte

Il gioco delle parti. Se non fosse che il Carlo Felice è un Teatro dell'Opera, sarebbe un titolo adatto all'inizio della stagione artistica: chi dice ma non fa, chi fa e non dice, chi diceva qualcosa ma ora fa qualcos'altro. Insomma, un palcoscenico di liti, incomprensioni, rivendicazioni e quant'altro. Che siano legittime o meno. I personaggi che stanno sulla scena sono sempre gli stessi, ma riescono ad assumere comportamenti spesso incoerenti rispetto ad appena pochi mesi fa. A partire dal sindaco Marta Vincenzi, che in condizioni di emergenza ha caldamente preteso un commissario per il teatro e adesso - pare - ostacola, o per lo meno non aiuta, il suo operato; oltre a non spendere poi quelle grandi energie per tutelare la vita musicale della città. Poi c'è proprio il commissario straordinario Giuseppe Ferrazza, che dopo ben quattro mesi (quasi allo scadere del suo mandato) presenta finalmente un organigramma per far luce su ruoli e competenze, senza - pare - aver cambiato granché nell'intricata scacchiera impazzita del torrione. Che propone l'arrivo di quattro nuovi dirigenti quando le finanze del nostro povero teatro sono allo stremo. Che, pur sapendo molto in anticipo dello sciopero generale della Cgil del 12 dicembre, nulla fa - pare - per salvare la recita di «Schiaccianoci» prevista per Finmeccanica, preziosa «nutrice» del teatro. Mettiamoci anche Daniel Oren, che tutto sommato ci dispiace lasciar fuori dal gioco vorticoso di ruoli e responsabilità.
Arrivano infine le sei sigle sindacali, in lotta perenne fra loro e con i vertici, in nome del trito e ritrito rilancio artistico. Gli autonomi (Fials Snater Libersind) che minacciavano azioni legali per frenare il commissariamento, ora guardano con fiducia a Ferrazza ed accusano la direzione artistica e la Sindaco - pare entrambe di connotazione politica vicina alla Cgil - di scarsa trasparenza ed onestà; la Uilcom passa al fianco degli autonomi nel dar fiducia a Ferrazza; la Cgil (sempre con Cisl) occupa - pare - i principali posti di potere, frena le ambizioni rivali con l'adagio recitato da Patrizia Avellani «I sindacati facciano i sindacati, non i sovrintendenti» e accusa Ferrazza di non aver sedato i contrasti interni, il vero cancro assassino del Carlo Felice. A tutto questo si aggiunga la spinosa questione del Fondo Pensioni, i tagli governativi del Fus, la causa Di Benedetto, la serie infinita di rivendicazioni in tema sicurezza del lavoro, iniziata con gli spifferi del gennaio scorso e arrivati alla mancanza d'aria della sala prove, passando attraverso gli annullamenti per inagibilità della maggior parte dei concerti estivi. E dulcis in fundo, la stagione dell'auditorium, tanto contestata dagli autonomi, che assolda artisti professionisti non dipendenti. «Chi l'ha autorizzata, perché i lavoratori non sono stati messi al corrente, chi è che gestisce il denaro pubblico escludendo le masse artistiche del teatro?» - tuona Roberto Conti (Snater). Ma anche un'altra domanda sorge allora spontanea: siamo sicuri che i dipendenti del teatro lavorerebbero gratis in auditorium? Non sarebbe forse contemplata la prestazione straordinaria? E allora forse vale la pena dar spazio ai liberi professionisti dell'arte, che lo stipendio statale non ce l'hanno, ma che sono imprenditori di se stessi e che offrono un prodotto altrettanto valido. Insomma, per tirare le somme, ci dispiace constatare che di questioni artistiche in questo teatro poco ci si occupa, poco ci si interessa, poco si parla. E il Carlo Felice continua a rappresentare, per l'opinione pubblica, una immensa macchina mangia soldi, che in cambio dà grane, scioperi e annullamenti di spettacoli già pagati. Ma facciamo sapere che un altro teatro è possibile, un teatro che dispensa cultura, che arricchisce le teste, perché questo è il suo ruolo, ruolo affascinante e indispensabile in una società evoluta. Poi diciamo pure che potenzialmente arricchisce anche le tasche, perché i soldi destinati al teatro, se ben impiegati, lo trasformerebbero in un volano economico non da poco. Allora si affronti, questa benedetta (o maledetta) questione teatro, non passi come una patata bollente da autorità ad autorità, più o meno competente, più o meno interessata, per poi rimanere abbandonata in un angolo. Salviamo un baluardo della cultura (e dell'economia) genovese, o almeno proviamoci.