Il Carlo Felice getta la «maschera»

«E’ una causa pretestuosa, visto che è chiaramente impensabile che il Carlo Felice possa far lavorare il proprio personale nello stesso periodo in cui invece il teatro è chiuso».
Il sovrintendente Gennaro Di Benedetto interviene dopo la causa intentata da tre «maschere» che ogni anno vengono assunte con contratti termine: «Tre dipendenti su trentadue si sono rivolti ad un giudice, ma se dovesse essere accolta la loro istanza, il teatro non potrebbe sopportare l’onere di così tanti lavoratori a tempo pieno e quindi saremmo costretti a dare in appalto a terzi il ramo dell’azienda. Dovremmo quindi dare in gestione ad un’altra società il servizio». Sulla strada, in questo caso, potrebbero finire 29 lavoratori che ogni anno vengono chiamati dal Carlo Felice per la stagione: «Non è vero che nessuno ha la certezza di essere richiamato. Ogni anno forniamo la programmazione dei nostri spettacoli ai dipendenti e questi sono i loro orari di lavoro. Ovviamente non tutte le serate vengono coperte ed è chiaro che, visto che a certi orari il Carlo Felice è chiuso - continua Di Benedetto - sia impensabile tenere in sala lavoratori che non possono essere utilizzati». Le «maschere» invece denunciano di non poter andare avanti con seicento euro al mese e in attesa di essere chiamati dal teatro.
Poi ci sono i servizi extra, quelli che non possono essere programmati con largo anticipo: «Ma in questo caso siamo noi a chiedere la disponibilità alle “maschere“ e, visto che le serate non sono state inserite nella programmazione, se dovesse esserci un rifiuto, il rapporto di lavoro non cambierebbe in alcun modo. Se quindi il dipendente non può, non sussistono conseguenze». Se dovesse arrivare una sentenza favorevole per le lavoratrici (si pronuncerà il giudice del Lavoro Maria Ida Scotto) il Carlo Felice potrebbe anche rischiare una reazione a catena da parte degli altri addetti. Problema che sarebbe risolto con l’affidamento in appalto del sevizio, ma con il rischio di licenziamento per 29 dipendenti.