Carlo Felice, il problema non è il manovratore

Mio nonno lo chiamava Carlo Infelice. Lui, mio nonno, si riferiva alle sofferenze inflitte al teatro dalla guerra. L'articolo di fondo che Massimiliano Lussana ha firmato qualche giorno fa, mi ha fatto tornare alla mente quel gioco di parole: Carlo Infelice.
Ora che Massimiliano ha aperto le danze, forse è il momento di andare fino in fondo a costo, dopo, di girare con la macchina blindata. Gennaro Di Benedetto è un uomo di teatro, schietto, diretto, di poche parole e molta concretezza, lo conosco, gli ho espresso la mia stima pubblicamente in tempi non sospetti. Quando la squadra va male, si dà la colpa al Mister. Ma il problema del Carlo Felice, come di molti Enti Lirici è ben più grande. E se anche si dovesse cambiare Sovrintendente, il problema resterebbe.
Un mio amico e maestro diceva che al Carlo Felice servirebbero due sovrintendenti: il primo affronta drasticamente la situazione, attua le riforme e poi viene crocifisso; il secondo prende il teatro a riforme avvenute e lo dirige.
Il Carlo Felice nasce già sbagliato nella sua ricostruzione. È un teatro sproporzionato alla città: troppo grande; e poi diciamolo, è brutto. La platea con la piazza «finto Camogli» è orrenda, provinciale. Non avendo prodotto, il '900, un’architettura del teatro, si è in balìa delle vampate di libido artistica del singolo architetto. Ma soprattutto il Carlo Felice non crea valore aggiunto per Genova. Che ci sia o non ci sia, a parte per poche migliaia di appassionati, fa lo stesso.
I più di cento milioni di euro che la Scala costa ogni anno non mi scandalizzano, anzi, li trovo un investimento sul «marchio Italia»; per il Carlo Felice oggi invece il costo è sempre troppo alto. L'unica cosa che lo rendeva unico in Italia, che lo rendeva il «marchio» di Genova nel mondo, erano i Balletti di Nervi e sono stati tagliati.
È un sistema, quello degli Enti Lirici, ormai al collasso. Inghiottono la quasi totalità delle risorse per la cultura a disposizione degli enti locali e delle fondazioni bancarie. In nome poi di che cosa? Dei presunti tre o quattrocento posti di lavoro? E quanti posti di lavoro vengono sottratti alla città, invece, fagocitando quel denaro che potrebbe servire ad attivare dei positivi circoli virtuosi tra cultura ed economia, investendo in modo mirato e differenziato?
I costi che il Carlo Felice deve affrontare comunque anche senza produrre, sono enormi: cifre con sette zeri. Occorre intervenire drasticamente: rendere autonoma l'orchestra. Deve costituirsi in società a se stante e mettersi sul mercato, diventando un fornitore del Carlo Felice, che la ingaggerà solo nei momenti in cui è necessaria e non accollandosene i costi per tutto l'anno. Il resto del tempo l'orchestra può, con un buon manager, trovarsi altri lavori. La stessa cosa per la parte tecnica: deve trasformarsi in società a sé. Il Carlo Felice deciderà con una gara a quale «service» nazionale rivolgersi senza dover essere gravato dai costi di squadre tecniche ogni giorno dell'anno.
Anche i sovrintendenti dovranno essere a rotazione: quattro anni per lasciare un segno sono abbastanza. L'idea dell'incarico a vita (e non mi riferisco a Di Benedetto) è un altro dei mali dei nostri teatri pubblici. I politici poi in questi ultimi tempi scappano dai consigli di amministrazione dei Teatri per non coinvolgere troppo il proprio ente, per non farsi scucire soldi, insomma. Sbagliato! Là dove si amministra denaro pubblico ci deve essere un rappresentante dei cittadini, che possa analizzare i bilanci, intervenire. E non è una limitazione della libertà artistica, ma la salvaguardia di un'impresa culturale oggi lontana dalla gente, che nulla dà ma molto pretende.