«Il Carlo Felice è come il Titanic: ora bisogna abbandonare la nave»

(...) Andare oltre è un reato.
Ma sul percorso che ha portato a questo, le idee possono essere molto diverse. Ci si trova d'accordo, nel penultimo Consiglio, a firmare il certificato di morte del teatro, divergendo però completamente sulle cure inflitte all'ammalato.
Occorre avere coscienza che questo è l'epilogo di un teatro nato sovradimensionato e contro il parere della commissione tecnica (Ivo Chiesa e Emanuele Luzzati non erano d'accordo su un teatro di queste dimensioni).
Occorre ricordarsi chi ha creato una struttura inefficiente e ipersindacalizzata in questi decenni.
Occorre aver chiaro che l'aver paralizzato il Teatro scontrandosi con il passato Sovrintendente Di Benedetto è costato (oltre ai quasi 500 mila euro a cui è stato condannato il Teatro nei confronti di Di Benedetto) un blocco della normale attività di quasi tre anni e mezzo (uno e mezzo con Di Benedetto esautorato e due di Commissariamento).
Occorre essere coscienti che l'attribuire un buco di bilancio al Commissario è ridicolo o in malafede.
Occorre dirci che non c'erano le premesse per uscire dal Commissariamento.
Tutto ciò è accaduto senza mai, mai affrontare il vero cuore del problema che è un piano artistico ed economico capace di attrarre vere risorse da sponsor e botteghino. Un piano che porti gli investitori, ed allo stesso tempo gli istituti di credito, ad aver fiducia nel futuro. E questo non è il sogno di un artista. Il Bill Gates di turno, se vuole che il mercato gli dia il denaro necessario ai suoi progetti, prima presenta la sua invenzione, il suo brevetto, il suo prototipo, in una parola il suo sogno da sognare con gli azionisti.
Un piano vero di rilancio, un piano che non rimandi di qualche mese l'agonia ma rimetta in moto le macchine è fatto in questo modo:
a) Ristrutturazione dell'edificio Carlo Felice, liberando valore in metri cubi ora non utilizzati, mirando ad affittare con altra destinazione d'uso le sue parti (foresteria per gli artisti, ristoranti, librerie etc): il teatro deve essere un luogo vivo almeno diciotto ore al giorno. Deve essere un luogo «attraversato» dalla Città. Nel periodo di ristrutturazione il Teatro può utilizzare come palcoscenico gli altri teatri cittadini, portando risorse anche a questi teatri.
b) Ridimensionamento drastico del personale d'ufficio. Costituzione in società autonome delle varie componenti del teatro: Orchestra, Coro, Staff Tecnico diventano potenziali fornitori del Teatro Carlo Felice. Dopo una gara europea che stabilisca il miglior rapporto qualità/costo. Qualche giorno fa leggevo che Marchionne ha applicato regole «polacche». Bene, è vero che lì il costo del lavoro è un quarto, ma è anche vero che la Polonia è Europa ed è vero che il livello artistico dell'Est Europa è pari al nostro. A solo titolo di esempio ricordo che il Teatro dell'Opera di Poznan, con ben 425 dipendenti (avendo pure laboratorio di scenografia e sartoria interni) costa 5 milioni di euro. Contro i 27 milioni del Carlo Felice.
c) Rilancio e patrimonilizzazione dei marchi legati a Genova (i Balletti di Nervi, il nome di Paganini).
d) Esportazione verso paesi per cui il «marchio Italia» è un valore.
e) Direzione artistica che sappia far diventare Genova un vero trampolino di lancio per giovani artisti, sapendo individuare coloro che saranno in breve tempo i protagonisti di domani e soprattutto sapendo attrarre a Genova «gli osservatori», coloro che sapranno determinare gli avanzamenti di carriera di questi giovani.
Bene, caro Massimiliano, detto questo, Ti devo dire perché non credo agli accordi con i lavoratori che pure andrebbero a fare un enorme sacrificio. Non ci credo perché al momento la Fondazione Carlo Felice non sarebbe in grado, sull'arco di due anni, di garantire la copertura economica degli stessi accordi. O meglio la garantirebbe sulla base di promesse non scritte di ipotetici investitori.
Non ci credo perché, in base a questi accordi, la Fondazione si impegnerebbe a non effettuare alcun licenziamento. E, mi dispiace, senza rivedere tutti i contratti non si modifica la struttura, non la si rende funzionante.
Non ci credo infine perché non sarebbe un accordo condiviso da tutte le sigle sindacali e quindi, con ogni probabilità, non garantirebbe un clima di compattezza ma di divisione interna.
Penso che accettare questi patti, da parte del Consiglio di Amministrazione, sarebbe solo un ripulirsi la coscienza, affidando, tra meno di un anno, al Commissario Liquidatore il ruolo del killer, scaricando sul Governo la colpa del disastro.
*regista, consigliere di amministrazione Teatro Carlo Felice