Carlo Giuffré, l’ottantenne che a teatro è ancora un sex symbol

Ma davvero Carlo Giuffré ha appena festeggiato ottanta primavere? Il primo a stupirsene è lui, l'ex sex-symbol maschile che, in Caterina Sforza piegava ai suoi voleri Virna Lisi duchessa di Romagna, che nella Bellezza di Ippolita metteva ko la Lollo e lo stesso anno, sul set di Madame sans-Gêne, strappava alla Loren l’ironica smorfia di disappunto tipica di una seduttrice costretta al silenzio. Glielo dico, e subito mi fa eco dallo specchio del trucco che tra poco tramuterà il suo viso glabro nella rigida maschera del Sindaco del rione Sanità, una squillante risata. Perché il grande attore napoletano, fratello minore del già famosissimo Aldo, gli anni proprio non se li sente addosso. E con ragione. Basta infatti che alzi il mento in un gesto di sfida ed ecco, oplà, le rughe scompaiono, i suoi occhi ritrovano quello scatto di giovanile impudenza che in platea causava deliziosi brividi alle sue coetanee mentre le sue labbra d'impenitente dongiovanni sembrano carezzare l'aria in attesa della prossima vittima. Infatti Carlo, a differenza di Aldo, è stato da subito destinato al ruolo di seduttore in pectore e d'inappuntabile gagà. A cominciare dal suo primo maestro che è stato, ohibò, Eduardo in persona. Il quale, non potendone più di vedersi piombare ogni sera in camerino quello spilungone non ancora ventenne che sorbiva in silenzio ogni suo fiato e inventariava il suo minimo gesto nella speranza di strappare uno per uno i segreti del grande attore, decise di punirlo. E come? Guarda caso, scritturandolo. Ma non nella parte del giovane amoroso cui il ragazzo aspirava bensì, chi l'avrebbe mai detto, in quella della radio. O meglio dell'invisibile speaker che, fuori scena, pronunciava con voce stentorea la fatidica frase «A proposito della prossima invasione dell'Europa...» che faceva sussultare gli spettatori timorosi di star per essere travolti dal prossimo conflitto mondiale. Una scrittura che chiunque avrebbe preso per un’umiliazione cocente. Mentre lui, felice come una pasqua di aver fatto udire la sua bella voce squillante priva, come voleva De Filippo, della minima inflessione partenopea, la scambiò per un dono piovuto dal cielo. Tanto che, subito dopo, quatto quatto invase il palcoscenico sfoderando le unghie col beneplacito dello stesso Eduardo. Che, dai oggi dai domani, dopo avergli rimproverato a più riprese di sfoggiar troppo le sue belle qualità invece di assorbire come una spugna il personaggio dall'interno facendolo esplodere in sordina come un fuoco d'artificio, lo ebbe carissimo. Fino al punto di raccomandar quasi in extremis al figlio Luca di affidare a lui, sì proprio a lui il bel Carlo, il ruolo del protagonista nelle sue più alte creazioni, da Napoli milionaria a Natale in casa Cupiello. Le splendide pièce che, con l'immortale Scarpetta, oggi gli hanno ridato lo smalto e la verve di una seconda giovinezza. Dopo aver vissuto gli anni d'oro della prima al seguito di Romolo Valli e Giorgio De Lullo nella storica Compagnia dei Giovani. Un ensemble che concepiva la scena come specchio della vita. Dove la notte della vigilia si recitava e il giorno dopo si metteva in prova la decorazione dell’albero di Natale studiando le parole giuste per intrattenere il pubblico cui si offriva, oltre il dono della propria eloquenza, anche un simbolico souvenir di buon augurio. Un'epoca di civiltà e di eleganza che lui, da perfetto gentiluomo, rimpiange col senno di poi lamentandosi che oggi, in tv, al posto di quegli spettacoli che han fatto la storia del teatro italiano, siamo destinati a sorbire lo show del pagatissimo Benigni che, sulle reti di Stato, paragona Berlusconi a una calamità vivente. Prima di congedarsi con un sorriso esprimendo la speranza di tornar presto a lavorare, come fecero i De Rege, in coppia con Aldo, il fratello terribile di tante avventure.