CARLO GOLDONI Rivoluzione in maschera

Il 25 febbraio 1707 nacque il grande commediografo veneziano. La sua arte rinnovò il teatro pur muovendosi lungo il solco della tradizione

In tanti ci hanno provato, ma nessuno finora ci è riuscito. Tanto è vero che, nonostante decine di biografie, nessuno ha finora indagato, per quanto riguarda Carlo Goldoni, del quale oggi si celebra il tricentenario della nascita, la complessa personalità dell’uomo, da Voltaire salutato come nuovo Molière. Anzi per anni e anni, sia sulla scena sia nelle aule universitarie (per non parlare dell’area privilegiata costituita dalle scuole di teatro), ci è stata presentata, come unico limitativo ritratto di un genio che tutto il mondo ci invidia, la maschera retorica di un Papà Goldoni degna tutt’al più di un teatrino di monache.
Ma se il debito di riconoscenza che ci obbliga nei confronti di Strehler e Visconti, di Squarzina e Ronconi - per citare i massimi esegeti di quella insuperabile poetica drammatica - è immenso, nondimeno giustizia vuole che si rintracci nella felice ambiguità di un’esistenza tra le più appassionate e avventurose il seme, la radice, la fonte di un’ispirazione che fino alla vigilia della morte non si rassegnava a chiudere la giocosa partita con i suoi fantasmi.
Perché il figlio del medico e speziale, come si usava allora, Giulio Goldoni che da subito aveva tracciato per l’erede la via maestra dell’avvocatura non transigeva su quella vocazione per la scena che, in famiglia, aveva già fatto una vittima illustre nel proprio discutibilissimo genitore. Il quale organizzava recite nella propria villa in campagna con gran dispendio di capitali e risorse. Ci vorranno dunque almeno trent’anni di vita passata tra gli studi disperatissimi di legge da un lato e la severa scuola dei gesuiti e dei domenicani dall’altro, prima che - tranne l’eccezione di una fuga giovanile da Rimini a Chioggia sulla barca della sola congrega cui aveva deciso di appartenere, la grande famiglia dei Comici - il giovane Carlo divenisse il sior Goldoni tout court. E prima che, nell’anno di grazia 1738, quando era al soldo del primo impresario che, nel suo caso, aveva visto giusto, ossia l’eccellentissimo Giuseppe Imer, prodigo di consigli ma non di denaro, il Nostro intraprendesse quella crociata contro l’Improvvisa che l’avrebbe fatto passare alla storia.
L’Improvvisa, chi era costei? Una donna capricciosa? Magari una frivola commediante? O, peggio ancora, una tremenda congiura di palazzo? Niente di tutto ciò, ma una deplorevole abitudine, consacrata dall’uso e dall’abuso dei Comici dell’Arte. I quali proprio non volevano saperne degli autori che consegnassero loro un copione originale frutto di un attento studio delle contraddizioni di classe e delle spinte emergenti della borghesia che quatta quatta relegava ai margini una nobiltà prossima a sprofondare nel ridicolo. Paghi com’erano di begli ingegni che offrissero loro il destro di un canovaccio approssimativo e improbabile che loro e loro soltanto dovessero arricchire di lazzi e vizi, tra il vezzo e la provocazione scurrile.
Quanti ghigni satanici, melense agnizioni e rocambolesche cadute nel melodramma, si davano appuntamento sotto la bautta nera di Arlecchino, l’immacolata crestina di Colombina, il roseo volto incipriato di Rosaura e il profilo sordido e aguzzo di Pantalon de’ Bisognosi, prima che Goldoni con l’estro furioso dell’autentico innovatore fissasse inderogabile, nella Riforma, lo statuto di un nuovo teatro! In cui, nei limiti del possibile, ci si concentrasse sull’unità di luogo in un periodo di tempo rigorosamente deciso a priori e, cadute le maschere, lo spettatore s’immedesimasse nei grandi caratteri della borghesia in ascesa. Dove anche se i personaggi a volte si chiamavano ancora con gli appellativi in uso a Carnevale e, in apparenza, Brighella non fosse morto e parecchi cavalieri di belle speranze richiamassero alla lontana le convenienze e inconvenienze che regnavano nei beati giorni del Carnevale, attorno a loro era il mondo ad essere radicalmente sovvertito.
Dato che Pantalone ricordava da vicino i malaugurati usurai di stanza al Ponte di Rialto e la bella Rosaura si rifaceva con languore alle dame accigliate fermate sulla tela dal pennello malizioso e inquietante di Rosalba Carriera. Mentre gli interni delle dimore, privilegiate sedi della passione del gioco o dell’inquietante sapor dell’intrigo, ricordano in modo impressionante le alte pareti dei salottini di Pietro Longhi, tutti verniciati di chiaro ma parcamente rischiarati dal sole dove, delle acque della Laguna, s’intravede solo il malinconico brillar del crepuscolo, prima che le smanie giovanili anneghino in una povera festa coronata a volte non dal trionfo dell’amore ma da un più saggio e modesto matrimonio riparatore di troppe estrose libertà che non è più il caso di prendersi.
Cosa fa dunque Goldoni alle prese con un mondo in ascesa che deve ogni momento combattere con le pretese di una classe che non si rassegna a morire? Dalle sponde del Canal Grande deride e trasforma in una caricatura da romanzo nero ottocentesco la figura elisabettiana del doppio illustrata tanto tempo prima da Shakespeare nella Notte dell’epifania. Creando, nei Due gemelli veneziani, un solo grande personaggio, insieme fantastico e surreale che, scisso in due corpi che sotto la sua penna diventano le anime contrastanti di un Caino e un Abele che consumano la vita all’ombra del Palazzo Ducale, finisce per organizzare, prevedere, auspicare quasi senza neppure volerlo, la propria morte. Che si compie sacrificando una delle due unità a scapito dell’altra, come spesso accade quando sui gemelli siamesi si tenta un intervento decisivo.
E qualche tempo dopo, prima nei Rusteghi e poi nella Locandiera, proprio lui che, per tutta la vita, corse a ripararsi sotto l’ampia gonna della moglie Nicoletta, scioglie un inno appassionato a quel femminismo che i mariti, nonostante la somma prudenza esercitata nei confronti delle consorti, non riescono più a contenere. Succede così che quattro compari di rare virtù vengano derisi proprio dalla donna che s’illudevano di aver confinato ai margini della famiglia umana mentre Mirandolina, la ragazza fiorentina perseguitata da troppi corteggiatori dell’ancien régime, finisce per liberarsi in un colpo solo delle vetuste caricature del Conte e del Marchese, dando la mano di sposo al proprio servo fedele. In un trionfo del Terzo Stato che Goldoni, nel 1753, prefigura con trent’anni d’anticipo sulla data-spartiacque di quella Rivoluzione Francese cui assisterà sgomento. Morendo nel ’93 nella più assoluta indigenza, una volta che quel popolo da lui tanto amato gli ha tolto persino la modesta pensione di cui godeva per nomina regia.