Carlo Maria Maggi parla in dialetto e Erba fa il filosofo

Milano in versi, Milano diversa. Per i lettori di poesia un libro da «recuperare» è di sicuro quello che raccoglie le Rime milanesi di Carlo Maria Maggi (1630-99), poeta e commediografo che tra i primi usò il dialetto non a fini parodistici o di divertissement ma come strumento «par dì la veritae»: stampate solo dopo al morte dell’autore, le Rime (oggi riedite da Garzanti, a cura di Dante Isella, pagg. 338, euro 9,50) tra «idillio borghese» e «lettera familiare» sono una lettura «al vivo» di una città a volte corrotta altre umana, a volte volgare altre saggia. Dallo ieri all’oggi: una delle raccolte poetiche più belle pubblicate quest’anno da autori milanesi è forse Remi in barca del «grande vecchio» Luciano Erba (Mondadori, pagg. 72, euro 9,40): un viaggio lungo i grandi itinerari dell’esistenza (tempo, amore, morte, natura) con il solo sostegno della parola («poesia sei come uno scoiattolo/resti in letargo per parecchi mesi/quando ti svegli salti in mezzo al verde/vedo appena la tua coda folta/prima che scompaia dentro gli abeti»). Infine due «mostri sacri», due bestselleristi della poesia: Giovanni Raboni, del quale è appena uscito il Meridiano che raccoglie L’opera poetica (Mondadori, pagg. 1.871, euro 55) e Alda Merini che nel suo «diario di una diversa» ci racconta L’altra verità (Rizzoli, pagg. 158, euro 12), ossia i suoi anni trascorsi in manicomio. Prosa che parla di poesia.