«Carmen» secondo Barenboim: colori, risate e paura

MilanoAvete letto forse, in questi giorni, di una Carmen rivoluzionaria, con stupri e inquietanti passaggi di bare? Niente di tutto ciò. La regista non lascia trapelare granché dello spettacolo che il 7 apre la stagione del teatro alla Scala. Al fianco del direttore d’orchestra Daniel Barenboim, che quel dì sarà sul podio, Emma Dante, appunto regista di Carmen, assicura che non vedremo niente di tutto ciò. E allora? «Sarà una Carmen molto viscerale, con richiami ai colori del Sud, però tutto è in chiave metaforica», ha spiegato ieri una delle registe di punta di casa nostra. Drammaturga provocatoria, il cui nome fece subito pensare a grandi rivoluzioni nella roccaforte del teatro di tradizione, la Scala. E invece ha spento tutti i fuochi affermando che non opererà nessuna «forzatura al libretto, sebbene provenga dal teatro di ricerca». Qui c’è il vincolo della musica, dice. Così pure - aggiungiamo noi - è determinante la collaborazione con una forza della natura come Barenboim: una personalità dirompente che lascerà pure spazi di manovra, ma forse riservandosi un certo grado di supervisione. Da vero regista di questa Carmen, ieri Barenboim ci ha fornito qualche dettaglio di questa produzione. E parte dal cuore dell’opera.
Cosa rimane impresso di Carmen, chiede? «L’Habanera», risposta. Habanera che proviene da Cuba e ha un sapore africano. «La cosa interessante di Carmen è questo triangolo Spagna-Africa-Cuba visto con gli occhi di una sorta di colonialista francese», cioè Bizet, compositore dell’opera. Altra cosa, Carmen è un’opera comique, ma non poi così comique, aggiunge il direttore. «Vi sono momenti dove si muore dal ridere, ed Emma lo fa capire subito, al primo tableau. Ma allo stesso tempo si piange». Perché «ho detto anche ai cantanti che in Carmen il coltello è sempre presente, c’è il senso della minaccia e paura dall’inizio alla fine». Carmen è poi ritmo allo stato puro, il ritmo della fierezza ispanica talvolta ammansito dal languore di un ritmo latinoamericano. Barenboim, un po’ al pianoforte e un po’ canticchiando, ricorda che in Carmen si insinua il tango, ad esempio: se lo dice Barenboim, argentino, ci crediamo. Un po’ da questa prospettiva, e sempre a proposito di triangoli geografici, ricorda che Africa, Cuba e Spagna condividono il sole e il calore, cifra di Carmen dunque, di un’opera dove la passione è il motore delle azioni diversamente da quanto accade nella musica russa dove «spesso la passione è gelata dal freddo. Carmen è già riscaldata prima di cominciare».
Quanto ai personaggi, Carmen anzitutto, che assieme a Don Josè è il perno dell'opera. Il ruolo spetta a una giovane debuttante georgiana, Anita Rachvelishvili. Barenboim, da inguaribile ironico, vuole sdrammatizzare il fatto di aver scoperto questa fanciulla prodigiosa che, dopo sole tre produzioni operistiche in vita sua, si aggiudica il titolo dell’opera di una prima scaligera. Ieri ha ribadito la massima fiducia in questa sua scoperta. In una ragazza che ha «voce, temperamento e nel frattempo ha studiato con incredibile tenacia e disciplina».