Carnaghi, il genio del tornio ha piegato la crisi

nostro inviato a Olgiate Olona (Varese)

Da ragazzo, Mario Carnaghi, classe 1962, studiava pochissimo e trafficava con le Vespe, che modificava, abbelliva e rivendeva ai compagni di scuola. Da ragazzo Mario Carnaghi era già orfano: suo padre morì in un incidente d'auto quando aveva sette anni. E ancora oggi cogli nel suo sguardo il rammarico per non averlo davvero conosciuto; eppure, con una sincerità commovente, riconosce che senza quella tragedia non sarebbe diventato l'uomo che è oggi, ovvero un imprenditore di considerevole successo. Nell'anno della crisi la sua azienda, omonima, vanta un incremento del fatturato a doppia cifra e ordini acquisiti per oltre 50 milioni di euro. Dà lavoro a cento persone e continua ad assumere.
Che cosa produce? Torni e fresatrici di altissima tecnologia. Per chiarire: fabbrica le macchine che vengono usate per produrre i motori degli aerei o delle navi, le scocche delle automobili, le casse turbine delle centrali eoliche o idroelettriche, le parti interne di un reattore nucleare. Tra i clienti vanta molti dei più bei nomi dell'industria internazionale e la sua azienda è una delle sei che dominano il mercato mondiale. Il tutto non in Germania, né negli Usa, ma a Olgiate Olona, alle porte di Busto Arsizio.
Quel lutto gli ha dato la carica per dimostrare al mondo di essere bravo; di essere all'altezza di suo padre, «che tutti descrivevano come un uomo eccezionale», dice Carnaghi con lo sguardo che luccica. La società fu fondata nel 1929, l'anno della grande recessione, dal nonno, che però morì per malattia una dozzina d'anni dopo, lasciando il comando a suo figlio, che negli anni Quaranta aveva appena 16 anni. «Mi hanno detto che portava ancora le braghette corte quando entrò in fabbrica», confida. Suo padre la trasformò in una grande azienda, sebbene fosse un autodidatta. «Come me», ammette Mario Carnaghi, che in tono di sfida rivela: «Sono diplomato in ragioneria».
Viaggiando verso Olgiate Olona pensavo: sarà un eccellente uomo d'affari attorniato da uno stuolo di ingegneri. Le sue qualità manageriali sono indubbie, considerato che dal 2002, quando assunse la guida a pieno titolo dopo l'interregno di suo zio, l'azienda ha raddoppiato il giro d'affari. Tra i dipendenti molti sono laureati, ma quando lo incontri capisci che l'ingegnere capo è proprio lui.
Parla con una passione divorante di macchine ultra sofisticate capaci di lavorare l'alluminio, l'acciaio e altri metalli con una precisione millimetrica e senza possibilità di errore. «Da bambino respiravo polvere di ferro e la passione mi è entrata nel sangue». Viene a lavorare anche il fine settimana e quando prende le ferie, al quinto giorno la moglie lo rimanda in azienda, perché a far niente diventa intrattabile.
«Il nostro grande merito fu quello di individuare la crisi prima degli altri», spiega. «Nel 2003 intuimmo che il mercato tradizionale stava per entrare in una fase calante e decidemmo di prevenire il rallentamento». In che modo? «Diversificando la produzione, individuando nuovi mercati e nuove specializzazioni». Oggi la Carnaghi brilla grazie alle commesse nei settori energetico, aerospaziale, aeronautico e ferroviario. «Eppure abbiamo già individuato altri sbocchi con un orizzonte a cinque-sei anni». Quali ovviamente, non lo dice; ma il sciur Mario, uomo dal carattere forte e a tratti pungente, guarda sempre avanti.
Qualche mese fa l'azienda ha festeggiato gli 80 anni e quando un giornalista gli ha chiesto se era soddisfatto per aver raggiunto questo traguardo, lui lo ha fulminato: «Traguardo? Questo è un punto di partenza verso nuovi obiettivi». Ad esempio, quello di raddoppiare il fatturato nei prossimi cinque anni, applicando la teoria del “tavolino a tre gambe”, che corrispondono a innovazione, produzione, commercializzazione. «Se non crescono parallelamente il tavolino dondola».
Passeggiando per i padiglioni mi spiega i prodigi dell'ultima macchina, poi, però, la sua riflessione torna all'essenziale. «Questa azienda porta il mio nome, che è anche quello di mio nonno: è parte di me e della mia storia», sussurra, addolcendosi. Il Mario Carnaghi che esalta le meraviglie del progresso tecnologico, ogni giorno pensa alle cento famiglie che vivono grazie alla sua azienda. Se ne sente responsabile, come suo nonno, come suo padre. Come un imprenditore d'altri tempi.
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