Il carnefice di Tommy: «Ora racconterò tutto»

Mario Alessi pronto a confessare: «Darò una nuova chiave di lettura»

da Parma

La morte di Tommy non ha chiuso il giallo sul sequestro. La storia in mano agli inquirenti presenta ancora un mosaico incompleto. Una banda arruffona e squinternata di rapitori entra in una casa isolata. Lì vive un direttore delle poste, Paolo Onofri, sua moglie e due figli. Il più piccolo ha solo 17 mesi e soffre di epilessia. I due balordi, con una donna come complice, scelgono di prendere proprio lui, per un sequestro lampo, diranno dopo. La storia diventa tragedia in poco tempo. Tommy viene ammazzato, con una cazzuola da muratore. Lo ammazzano perché piangeva, per paura, per non portarsi dietro un fardello ingombrante. Tutto questo sembra certo. Gli interrogativi ruotano invece su chi ha ucciso materialmente il bambino e sul movente. Bisogna anche capire se ci sono dei fiancheggiatori, se qualcuno sapeva e non ha parlato. La fine è ancora lontana.
Mario Alessi, il rapitore numero uno, fa sapere ora che ha ancora molte cose da dire: «Almeno si sappia la verità». Il suo legale, Laura Ferraboschi, racconta che l’uomo vuole incontrare di nuovo i magistrati: «Farà rivelazioni che potrebbero dare una nuova chiave di lettura a quanto è successo». L’avvocato resta nel vago, ma Alessi forse è pronto a dire il vero movente di questa storia e spiegare se oltre alle motivazioni economiche ci sia anche altro. Chiarire, insomma, se la famiglia Onofri è stata scelta come vittima anche per rancori personali.
Qui entra in scena anche la quarta figura. Il capomastro Pasquale Barbera, interrogato ieri a Bologna, conferma di aver parlato a Paolo Onofri di un affare, riciclaggio di denaro sporco. Barbera disse al papà di Tommy che c’era «gente che aveva ricavato 70 milioni di dollari dalla vendita di petrolio grezzo. Quel denaro andava ripulito a San Marino aprendo conti correnti con cui poi si sarebbe dovuto comprare immobili». Barbera avrebbe ricevuto una piccola somma da Onofri (3-5mila euro) da investire nell’affare. Ma perché ora Barbera conferma ciò che qualche giorno fa aveva ritrattato? Per paura di Alessi. «Mi disse - spiega - che se parlavo del riciclaggio ci facevano saltare in aria». I «dinamitardi» sarebbero un misterioso gruppo di affaristi dell’area balcanica. Sembra una spy story casereccia, con protagonisti due muratori in contatto con la mafia internazionale.
Nell’inchiesta ora è entrato anche un altro personaggio. È Giacomo Raimondi, fratello di Salvatore (il secondo rapitore). Giacomo è stato tirato in ballo da Alessi. Raimondi senior avrebbe partecipato agli appostamenti e ai due primi tentativi di sequestro falliti. Lui si difende: «Una volta ho dato un passaggio in auto a mio fratello. Mi ha parlato di un appuntamento di lavoro, non di un appostamento. Se avessi saputo qualcosa lo avrei denunciato». Giacomo Raimondi è convinto che questa sia la vendetta di Alessi: «Mio fratello accusa la moglie, lui accusa me».