CARNERA Contro il tempo a pugni chiusi

Vinse il mondiale dei massimi, ma il suo mito andava oltre lo sport: era la rivalsa dell’emigrante in una terra ostile

nostro inviato a Sequals (Pordenone)
La canzone, struggente e bellissima, è di Goran Kuzminac e si intitola Primo di Sequals. L’idea è di Eugenio del Ben Belluz, giurista e scrittore, appassionato di boxe e suo amico. Fu lui a raccontare al musicista, a cena in una locanda sul fiume Livenza, la favola vera del gigante dal cuore grande come una quercia, umile e coraggioso, sconfitto ma non vinto. «Questa vita è una bestia/ che ti segue e poi ti morde/ come fosse un avversario/ con la schiena sulle corde/ Ma se provi ad affrontarla/ e la guardi bene in faccia/ il coraggio segue il sangue/ nelle vene e nelle braccia/ Perché Primo è il migliore/ e combatte veramente/ Attenzione che ogni pugno/ è una scommessa per la gente».
A Sequals, tutto parla ancora di Carnera. Al ristorante-pensione «Al Bottegon» di Ferdinando Polegato, imparentato alla famiglia del campione per via della moglie, la bottiglia di cabernet ha l’etichetta Carnera, in una bacheca c’è l’ultimo paio di scarpe, numero 52, che indossò, la valigia regalatagli negli anni Trenta dal suo allenatore prima dell’incontro che gli valse il mondiale dei massimi, ai muri le foto pubbliche e private di una carriera e di una vita. «Qui in paese ha fatto il compare di matrimonio, il padrino di battesimo, di cresima, ad almeno millecinquecento famiglie. Ogni volta significava un regalo, era un uomo buono».
A pochi passi dal «Bottegon» c’è il murale che, dietro l’insistenza di Polegato e consorte, Piergiorgio Defrisio ha realizzato in occasione di questo centenario della nascita. Defrisio è di Sequals e ha girato il mondo prima di tornarci con l’idea di aprire qui la sua ultima bottega di artista-artigiano. Alla villa-museo all’ingresso del paese, una signora anziana si aggira fra i cimeli, i mobili déco di un arredo borghese, la palestra in giardino con ancora il suo sacco e il vogatore in legno... «L’ho visto da ragazza, all’inizio degli anni Cinquanta. C’era una folla, dio che folla, e tutti gli urlavano, parlando dell’avversario: “Còpilo Primo, còpilo”... Faceva impressione per quanto era grande...».
Carnera è sepolto nel piccolo cimitero di Sequals, nella tomba di famiglia voluta da Secondo, il fratello minore, accanto alla moglie. Un busto in bronzo sta sopra il sepolcro e lo sguardo è rivolto verso il cielo e il campanile della chiesa che sta sotto la montagna. Morì il 29 giugno del 1967, lo stesso giorno in cui, trentaquattro anni prima, era divenuto campione del mondo. Per capire quanto è cambiata l’Italia, una figura come la sua vale più di un rapporto Censis. Quel secolo che in questi giorni ricorre lo situa di diritto nel Novecento, ma, paradossalmente, i quattro decenni che ci separano dalla sua scomparsa invece di avvicinarcelo lo allontanano. Daniele Marchesini, uno storico dell’Università di Parma, ha appena pubblicato per il Mulino un saggio che non è tanto una biografia, quanto una messa a fuoco delle circostanze che ne resero unica e leggendaria la figura (Carnera, pagg. 259, euro 22), ma a lettura finita si esce un po’ delusi, perché se ciò che viene alla luce è la tipicità di un personaggio del genere fra le due guerre, e ancora negli anni Quaranta-Cinquanta, ciò che si perde è proprio l’atipicità successiva, l’impossibilità cioè di traghettarlo in qualche modo nella contemporaneità.
Vediamo di spiegarci meglio. Ci sono figure coeve, anteriori o di poco successive, in cui un italiano di oggi trova ancora degli elementi di continuità: da Marinetti a Malaparte, da Bartali a Coppi, da De Gasperi a Togliatti resiste un filo rosso, nella cultura come nella politica, nello sport, che lega passato e presente e che permette, raccontando ciò che è stato, di capire ciò che si è divenuti. Con Carnera, invece, è come se si fosse in un altro pianeta, in un’altra epoca, in un’altra nazione. Marchesini sottolinea nel saggio l’eccezionale durata della sua fama e della sua presenza nella memoria collettiva, ma l’impressione è che scambi una popolarità dovuta a fattori sportivi e no (Carnera fu campione del mondo dei massimi, campione di lotta libera, attore di cinema e di varietà) per qualcosa di più complesso e che ha a che fare con una sorta di autobiografia nazionale. Da questo punto di vista nella nostra memoria storica postbellica di Carnera non c’è traccia, ovvero una traccia distratta, oppure squisitamente locale, e vale la pena chiedersi il perché.
Il primo elemento che salta agli occhi è quello dell’emigrazione. Primo fu uno dei tanti emigranti in cerca di un posto al sole nell’Italia novecentesca, e lo fu nel modo più plateale e belluino. Lavorò nelle fiere e nei circhi, fece l’uomo forzuto, il saltimbanco, il Maciste (nome che si deve alla fervida mente di Gabriele D’Annunzio). Il suo successo fu vissuto anche come una rivincita sociale, il boxeur famoso ricevuto nella buona società, la risposta virile a chi ci accusava di mafia, ignoranza, lassismo. Ogni qualvolta dal profondo Nord della penisola si alza il grido antiimmigrazione e con esso il combinato disposto di disprezzo e derisione nei confronti di chi è visto come inferiore, viene da chiedersi come regioni che sino all’altro ieri fornivano la nostra mano d’opera all’estero in condizioni umilianti per loro e vergognose per chi ne permetteva lo sfruttamento, possano essere così dimentiche del proprio passato, così cieche e così meschine. E forse uno dei motivi del perché oggi Carnera sia un nome che non dice più nulla, sta proprio in questo: il voler dimenticare a ogni costo che siamo stati anche noi brutti, poveri e sporchi, costretti a subire.
Ma anche il lato, come dire, vincente del fenomeno Carnera allontana invece di avvicinare. Un Paese di brevilinei, malnutrito, con un tasso di mortalità infantile altissimo, si ritrovò questo gigante (otto chili alla nascita) sempre in lotta con il proprio appetito. Ciò che in quell’Italia sancì la singolarità del suo personaggio e per certi versi fu visto come una sorta di riscossa, un futuro migliore rispetto al gracile presente, divenne nell’età del boom e del miracolo economico una fonte di fastidio, un qualcosa di mostruoso.
Nel suo Carnera Marchesini insiste molto nello spiegare come lo sport e gli eroi dello sport siano divenuti parte essenziale della cultura di massa, ed è vero che Carnera fu all’epoca il nostro «eroe sportivo», quello intorno al quale «per la prima volta la passione popolare si accende toccando limiti inediti di morbosità e fanatismo». Una simile popolarità non ce l’avranno Girardengo, Bottecchia e Guerra fra i ciclisti, Meazza fra i calciatori, Nuvolari fra i piloti, Petri, Beccali, Ondina Valla e Nedo Nadi fra gli atleti e gli schermidori... Ma si trattava di una popolarità extrasportiva, legata più alla particolarità del personaggio che non al suo eccellere nell’arte della boxe, e una popolarità destinata a durare per meriti extrasportivi e limitatamente all’Italia prebellica e a quella della ricostruzione.
Il racconto che Marchesini fa dell’ultimo viaggio di Carnera in Italia quando, malato di un tumore, ritorna per morirvi, è esemplare nel suo porre in evidenza l’affetto popolare per quello che fisicamente era ancora un gigante, ma talmente prosciugato al suo interno da reggersi in piedi a fatica, costretto a starsene più che altro su una sedia a rotelle. Era una figura patetica e dolorosa, e il calore che lo circondò in quel suo tornare a Sequals è anche l’estremo saluto che una nazione dava a un personaggio che l’aveva rappresentata, ma che ormai non significava più nulla, se non un passato da dimenticare. Con Carnera gli italiani seppellirono anche una parte di loro stessi e poi fecero finta che non fosse mai esistita: non gli piaceva guardarsi allo specchio e in essa per molti versi doversi riconoscere.
Questo aiuta anche a spiegare perché il mito Carnera è alla fine sopravvissuto più come indicazione di eccentricità che non come incarnazione di uno sport, una disciplina, un’epica. Perché poi Carnera fu un pugile coraggioso ma mediocre, manovrato da manager senza scrupoli, e la sua apparente quanto conclamata forza non lo salvò sul ring da umiliazioni fisiche durissime. Ciò che rimase fu il gigante buono, semplice, abituato a soffrire, incapace di cattiveria. Un’icona che ai giorni nostri più che patetica si rivela incomprensibile. Siamo divenuti tutti furbi e della fatica non ne vogliamo più sapere. «Nella spugna c’è il dolore/ sui giornali il malumore/ perché adesso perdo colpi/ e il motore è arrugginito/ e non stendo più nessuno/ vado a terra con un dito/ Mentre tutta quella gente/ pensa ai soldi solamente/ e alla forza del destino/ alzo il calice di vino io/ io bevo/ Perché Primo è il migliore/ e combatte veramente/ Attenzione che ogni pugno è una scommessa per la gente»...