Carnevale, ogni tradizione vale

Un saggio ci aiuta a scovare l’origine della più strana di tutte le feste. Un tour che parte dalla Caldea...

Si sferra a Rio de Janeiro, felicidade trasgressiva, a orologeria, nello spazio idoneo del sambodromo, chiusa fra transenne, nel tempo comandato. Luccica nelle calli di Venezia. Si sganascia sui carri «allegorici» (o veridici?) di Viareggio. Ritmi folli in musica. Maschere. Il corteo, pellegrinaggio in miniatura verso un mondo che non c’è, precario e liberatorio.
Sono tre attributi fra i tanti di sua maestà, il re Carnevale, un bengodi di scavo e di diatriba per etnografi, storici del folklore e psicologi. Perfino i linguisti si accapigliano sull’origine del nome. Ma siccome nomen omen, nel nome è già incastonato il reale, da lì è bello e curioso partire.
Preso atto che il caramantran francese (carême entrant, «quaresima prossima») è un localismo dall’assonanza un po’ sfuocata, tre etimologie accreditate tirano in ballo la carne, pietanza, o fragile involucro del nostro ossame. Carnem levare, «sparecchiare la carne» e carne, vale! «addio carne» sono ovvie allusioni al tirare la cinghia nella quarantena di dieta leggera, a purificazione, in attesa della rinascita pasquale.
Nel Medioevo, vera culla storica del carnevale, il popolo minuto di proteine ne addentava già poche. Per questo fantasticò di un paese dove «chi più dorme, più guadagna», «meno si lavora, e più si magna», vale a dire Cuccagna, retto da Poltroneria regina, che di politica sa poco, ma in compenso procura che le salsicce fioriscano sui rami, i fiumi siano bicolori (vino bianco e nero), e il caro-vita crolli al minimo, perché le strade sono pavimentate di monete d’oro, per altro inutili, visto che le oche stanno rosolandosi da sole sugli spiedi a ogni angolo di piazza.
I pensatori sbandieravano le loro Utopie, filosofiche e noiose? Il contadiname (alla Baldus, l’eroe maccheronico del genio cinquecentesco Folengo) vi contrapponeva il suo sogno, grondante sugo, nel quale s’impastavano le due fantasie più grasse, come leggiamo nell’anonimo Trionfo di Carnevale nel paese di Cuccagna, stampato da Fernando Bertelli nel 1562. Un’onda lunga, se già in una fanfaronata goliardica datata 1162 troneggia un Abbas Cucaniensis, chierico gaudente che s’incastellava dalle parti di Treviso. Al pais di Coquaigne, come narrano i fablieau del ’200, bisognava scarpinare (quanto? più di millanta miglia), parodiando le ascetiche passeggiate che maceravano piedi e spirito fino a Santiago o alla Veronica di Roma. E a Cuccagna era logico andare in allegre brigate. Ecco, secondo alcuni eruditi, l’origine del corteo carnascialesco.
C’è un terzo spiraglio, latineggiante anch’esso, sui primordi del carnevale: carni levamen, «sollievo alla carne». Non travisiamo. In questi ambiti, spesso il contrario è più autentico di ciò che sembra d’acchito. L’espressione potrebbe non essere salutistica, spia di un regime alimentare «magro» e igienico, privo di pollame e bistecche. Indicherebbe invece il placarsi delle sofferenze terrene, la morte, il transi, come si diceva in quei secoli che tra pestilenze, guerre endemiche, carestie ripetute, epidemie e incendi avevano educato tutti all’idea che siamo di svelto passaggio. La morte trionfava. Letteralmente. Ognia omo more, era il funebre ritornello e da questo macabro immaginario gli artisti avevano tratto raffigurazioni pittoriche, miniature, affreschi, cicli iconografici.
Il tunnel dell’orrore comincia con l’incontro agghiacciante: tre raffinati cavalieri s’imbattono in scheletri ghignanti. È un affresco del Duomo di Atri, ma il motivo serpeggia in tutta Europa, per culminare nella spettacolare vittoria della Grande Falciatrice che nell’allegoria dipinta a Siena da Ambrogio Lorenzetti, verso il 1330, orchestra un Armageddon, uno scontro finale da incubo. Da qui alla Danza Macabra il passo è breve. La troviamo sulla facciata dell’Oratorio dei Disciplini a Clusone, in Val Seriana, tragicomico balletto, con una schiera di fatui viventi che incedono ciascuno sottobraccio al suo scheletro personale. E al Museo del Prado, a Madrid, il visitatore fa gli scongiuri davanti al Trionfo della Morte di Pieter Bruegel il Vecchio (1562), dove in un incendio rosso da fine del mondo, una masnada di guerrieri senza volto, mascherati da scheletri, travolge i vivi, gigantesco Halloween.
Morire per rinascere. Nel carnevale si muore per gioco, in maschera. Secondo gli studiosi, la scura visiera di Arlecchino è un segno funebre, il vestito bianco di Pulcinella uno svolazzante sudario. È il filone infero, esorcizzante, che s’insinua nell’allegria forzata della settimana grassa. E che fluisce da molto lontano, da cerimonie antiche, come le Antesterie greche o i Saturanalia romani. Queste feste si aprivano il 17 di dicembre, vigilia del solstizio, quando l’astro solare pare smorire nel suo cerchio più basso, per poi rinascere nel nuovo ciclo perenne. Proprio come la terra, che dalla gelida aridità invernale si prepara al passaggio verso la fecondità primaverile.
Tutto si rovescia. Anche il mondo umano si concede una temporanea, spensierata trasformazione. I padroni si rimboccano le maniche e servono a tavola. Gli schiavi comandano. Perfino l’imperatore indossa il pilleum a cono (l’antenato del nostro berretto di cartone che spunta nei veglioni, tra brindisi e coriandoli) che nella vita ordinaria è il copricapo del sottoposto. Florens Christian Rang, nel suo Psicologia storica del carnevale (a breve in libreria, con commento di Massimo Cacciari, ed. Bollati Boringhieri) riconduce carnevale a currus navalis, imbarcazione mistica che dalle antichità caldaiche e babilonesi, attraverso Iside, divinità lunare egizia incorporata nel pantheon romano, conduce alla «nave dei folli», di rinascimentale memoria, incunabolo di quel magico tempo in pausa che noi, contemporanei, riviviamo inconsciamente quando ci gettiamo nel marasma del sabato grasso.
Attenti: quando lanciamo una stella filante, o ci copriamo il volto con la mascherina variopinta, godiamoci l’attimo fuggente, ma pensiamo a quale rito, a quale dramma interpretiamo, carico di storia, di simboli, di esperienza. Poi sarà la quaresima della solita vita. Un tran-tran, ma rigenerato dal voltar pagina, l’energia positiva della trasformazione.